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Archive for giugno 2011

“Mettiamo che un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti petrolio, carbone ed energia elettrica“.

È da questo scenario apocalittico che prende le mosse “La fine del mondo storto“, il romanzo di Mauro Corona, edito da Bruno Mondadori.
Il celebre boscaiolo, scultore e alpinista si proietta in un futuro non troppo lontano, un futuro in cui è già stato superato il picco del petrolio e i carburanti di origine fossile sono esauriti.
Lo scrittore, allora, immagina quello che potrebbe succedere, dal momento che la vita e l’economia del mondo si reggono interamente sullo sfruttamento di quelle risorse. Dal riscaldamento ai trasporti, dalla produzione alimentare alle attività industriali, oggi sembra scontato e naturale che tutto debba funzionare solo grazie a fonti energetiche non rinnovabili.
Corona fa coincidere l’esaurimento di queste fonti con la stagione invernale e questo scatena il cataclisma.
Trovatasi senza riscaldamento e senza scorte alimentari, la popolazione mondiale comincia a morire e nel giro di pochi mesi l’umanità si decima. Salta l’ordine costituito, saltano governi, leggi e regolamenti. Quel che resta è solo la lotta per la sopravvivenza ad una sciagura che, sottolinea l’autore, non è una punizione divina, ma il frutto dell’imbecillità umana.

A causa di questa decrescita forzata e per nulla felice, l’essere umano inizia a comprendere quali sono stati i suoi errori, come sia stato stupido rincorrere solo la tecnologia dimenticandosi della natura, quanto il sapere filosofico, culturale e artistico non siano affatto più importanti e nobili della manualità e delle conoscenze agricole.
Questa riflessione coatta, questa revisione radicale e necessaria degli stili di vita e del modello sociale, “aiutate” dall’immane tragedia, finiscono per creare una società migliore, a tratti ideale. Una società anarchica, autoregolamentata e cooperativa, in cui la miseria ha cancellato le ingiustizie e le diseguaglianze e tutti si battono per un obiettivo comune.
Così l’uomo torna ad imparare antichi mestieri che nella società opulenta guardava sprezzante. Si torna a coltivare la terra, anche il più piccolo fazzoletto di terra presente nelle città, si torna ad allevare gli animali e a costruire oggetti davvero utili alla sopravvivenza.
Corona sottolinea come questa “via di fuga” sia possibile solo grazie alla resistenza di contadini, allevatori e artigiani di montagna e di campagna, che hanno preservato conoscenze e capacità nonostante la ghettizzazione delle città, troppo indaffarate a “svilupparsi” e ad inseguire il lusso e mille futilità.

Così la primavera e l’estate di una nuova umanità sembrano aver cambiato e pulito il mondo, ma sul finale l’autore mostra una visione pesantemente pessimistica, legata all’indole dell’essere umano. Questi, infatti, appena ha l’occasione di accumulare un po’ di ricchezza in più rispetto al vicino, farà di tutto per esercitare il proprio potere e, quindi, gettare le basi per la nascita di un nuovo mondo storto.

La lettura del romanzo scorre veloce e appassionata e, anche se lo stile di scrittura è semplice e a tratti rozzo, la forza di interesse suscitata dalla storia porta a divorare le 160 pagine del libro in poche ore.
Il romanzo, inoltre, offre molti spunti di riflessione anche a chi non mastica quotidianamente questi temi e, nel corso della narrazione, l’autore coglie l’occasione per sottolineare i difetti di diverse figure, politici, giornalisti, critici letterari e vegetariani. Corona si spinge anche nella pericolosa apologia di figure come i bracconieri che stonano un po’ nel contesto, ma che raccontano molto della vita dell’autore.

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