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Archive for luglio 2011

Capita che, se per qualche tempo non ti fai sentire, la gente smette di cercarti.

La comunicazione a distanza è comoda, veloce, economica, relativamente immediata, user friendly e, soprattutto, è a distanza. All’inizio eravamo ebbri di tutto questo colmarsi delle distanze, così come dell’essere raggiungibili in qualsiasi momento e occasione e del sapere che anche i nostri destinatari erano raggiungibili. La percezione di essere tutti più vicini: lo diceva anche la pubblicità.
Col tempo, però, si è attuato un meccanismo per cui la comunicazione a distanza, invece di limitarsi ad integrare, ha preso a rivestire alcune funzioni della comunicazione non a distanza. E quanto più si sono abbassati i costi, e quanto più è aumentata la disponibilità degli strumenti, tanto più hanno preso piede e sono invalsi certi comportamenti, e dal momento che la comunicazione coinvolge l’aspetto relazionale dei soggetti, i comportamenti in gioco riguardano essenzialmente le relazioni tra le persone.

Per esempio, non si suona più il campanello per annunciarsi (che pure già di per sé era una forma primitiva di telecomunicazione), ma si preferisce telefonare.
Altro esempio. I luoghi e gli orari per gli appuntamenti si sono fatti sempre più fumosi e il ritardo e le variazioni all’ultimo sul programma sono sempre più accettati socialmente, previo sms di avviso.
Un terzo esempio è quello di cui si diceva all’inizio. Se non scrivi, non chiami, non entri in chat, non operi sulla rete sociale, allora gli altri penseranno che tu non hai voglia, o non hai tempo, o hai altro da fare piuttosto che relazionarti con loro.

E al di là di quelli che sono i motivi per cui tu non scrivi, non chiami, non chatti, non fai social networking (e allora certo, pure un po’ di calo del desiderio, perché non dovremmo metterlo in conto?), al di là di questo ti si insinua nella testa il pensiero che il problema stia nel fatto che la telecomunicazione è diventata una sorta di anticamera di ciò che un tempo era la relazione con gli altri, e che senza la prima non sia possibile la seconda.

Qual è stata l’ultima volta che senza un preavviso di alcun genere ti sei presentato a casa di qualcuno suonando il campanello all’improvviso?

P.S. Se non è in casa in quel momento, lasciagli un messaggio sotto la porta.

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Quali effetti ha sul nostro corpo il consumo di alimenti di origine animale? Quali malattie si possono sviluppare in seguito ad un alimentazione onnivora? Che correlazione c’è tra osteoporosi e consumo di latte? E tra il consumo di carne e problemi di erezione?

Qui trovate un video che risponde a queste e altre domande. Per avere un’idea generale sulle ricadute salutistiche delle  nostre scelte e abitudini alimentari

Buona visione.


					

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Sono appena tornata dalla mia prima esperienza di couchsurfing e ne sono rimasta talmente entusiasta da volerlo consigliare a tutti. Per una semplice questione di visibilità ho deciso di dedicare un post apposito, invece che commentare quello  della Zanna, che a suo tempo ne aveva già parlato…

Io e Lorè siamo stati ospitati a Roma per 3 notti, ma ridurre l’intera esperienza ad un semplice letto gratis non le renderebbe affatto giustizia. La questione del risparmio è ben presente, ma è solo una fetta del significato del couchsurfing. I nostri ospiti ci hanno preaparato il pranzo al nostro arrivo, dato consigli su luoghi da visitare, siamo andati insieme a mangiare fuori, ci hanno portati agli aperitivi dell’isola tiberina e alle serate a trastevere. I momenti di privacy si sono perfettamente sintonizzati con quelli di gruppo. Senza di loro, ad esempio, non avremmo saputo che sotto palazzo Valentini (sede della Provincia di Roma) è stata scoperta recentemente una magnifica domus romana, che si può esplorare con una visita guidata interattiva. Nè ci sarebbe mai venuto in mente di guidare in tarda serata sull’Aventino, fino al palazzo dei cavalieri dell’ordine di Malta e di sbirciare dentro al buco della serratura del portone d’accesso al giardino, da cui si vede…

Ciò che più mi affascina della filosofia del CS è il fatto che non si basa su un dare-avere biunivoco, del genere  “io ospito te e tu poi ospiti me” e la relazione che si crea fra le persone è molto piu’ ampia. Io accolgo in casa qualcuno, ma poi, con grossa probabilità, il favore non me lo renderà la persona che ho accolto, ma un altro sconosciuto, da un altra parte del globo, in cui ho deciso di andare in vacanza e a cui chiederò di essere ospitato.

Molti si chiedono se è sicuro. Lo è, perchè ognuno ha delle referenze dalle persone che ha ospitato o da cui si è fatto ospitare, che sono visibili a tutti; c’è poi la possibilità di far verificare il proprio nome e il posto in cui si vive, viene anche segnalata la relazione fra persone: persone verificate possono garantire per te e se qualcuno lascia un commento negativo su di te o sull’amico che ha garantino per te, venite penalizzati entrambi, ovvero sarà più difficile che qualcuno accetti la vostra richiesta di opitalità o decida di surfare il vostro divano.
Credo che con una serie di semplici accorgimenti sia facile evitare brutte sorprese, che comunque dalle testimonianze che ho sentito o letto, si sono limitate ad ospiti che hanno chiesto un divano e poi non si sono presentati, o tizi piacioni che ci hanno provato con le proprie ospiti, o case un po’ sporche, o ospiti un po’ malnetti… ma tutto questo è assolutamente evitabile leggendo attentamente i profili di chi vi chiede ospitalità o delle persone a cui volete chiederla a vostra volta.

Trovo questa geniale idea, come quella altrettanto geniale del carpooling, un ottimo modo per allenare la fiducia. E la generosità, che al pari dell’egoismo, è contagiosa.

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Autarchia/Utopia?

Carissimi,

è arrivata l’estate, che significa per qualcuno vacanze, per altri solo lavorare col caldo, per altri ancora significa confrontarsi con la produttività dell’orto, che come si sa, in questo periodo esplode in tutta la sua generosità.

Oggi ho fatto la conserva con le prime due cassette stracolme di pomodori: non so bene quantificarne il peso,  ma credo fossero intorno ai 15 kg l’una.
Ho lavorato dalle 11 di mattina alle 9 di sera – certo, non in maniera continuativa, ci sono tempi morti obbligati in questa trasformazione, come quello della bollitura dei pomodori, il tempo di scolo dall’acqua e di nuovo il tempo di bollitura delle bottiglie una volta riempite. Il risultato sono state circa una decina di bottiglie di conserva, di varie dimensioni… diciamo quindi meno di una decina di litri di prodotto.

La mia domanda di stasera è: ne è valsa la pena? Onestamente non lo so. Se le avessi dovute vendere e avessi chiesto, come certe biocooperative, 2€ al litro, ne avrei ricavato a malapena 20€. Certo, non lo si fa per il denaro, ma per la genuinità dei prodotti e via dicendo. Certo. Dall’altro lato mi dico: c’è già chi lo fa di mestiere, al posto mio, di fare dei prodotti genuini e biologici. E che di sicuro gode di un’economia di scala maggiore della mia.
Quanto mi sarebbe costato comprarli da loro? Avrei avuto comunque prodotti di qualità e mi sarei anche resa conto che li avrei pagati – piu’ o meno – il giusto prezzo.
E qualcuno contesterebbe: vuoi mettere la soddisfazione? Bah. Non mi pare un buon motivo.

Ho passato un’estate a fare marmellate, ed ora le conserve. Ma che valore effettivo do a questi prodotti? Voglio dire: mi approccio a loro con spirito “autarchico” – ovvero, cercando di utilizzarli il piu’ possibile, di strutturare menù e pasti intorno ai prodotti messi via durante l’estate, preferendoli ad altri più sfiziosi e più a buon mercato nei normali supermarket, ma meno genuini – oppure con un fare più radicalchic? Il fare di chi si sbatte per giornate a metter via melanzane, pomodori, pesto e fiori di malva, ma che si rende conto che poi, questo lavoro per tirarsi fuori dal mercato, ha un impatto molto limitato sulla propria economia, perchè si cade con molta nonchalance nel continuo acquisto di alimentari di cui si potrebbe fare a meno, solo per soddisfare un voglino, un desiderio generato magari da una frustrazione… e anche qualora non si tratti di questo, il confronto coi prezzi del mercato – anche quello bio – non regge la quantificazione dello sbattimento.

Di sicuro un briciolo di autarchia fa bene a tutti,  ci fa capire il valore delle cose, quanto tempo di voglia per far maturare uno zucchino, quanti insetti vogliano mangiarsi la tua melanzana, quanto sia difficile la scelta del biologico, soprattutto se intorno a te tutti usano insetticidi e il tuo piccolo oritcello è visto come un’oasi di cibo da afidi e cimici…
Ma al di là di questo, qual è il senso delle nostre autarchie, piccole o grandi che siano? Un vezzo o l’inizio di un cammino di indipendenza che, per essere davvero tale, non può fare a meno di ampliarsi ancora e ancora? O magari una terza risposta, che al momento non mi sovviene…

 

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