Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for agosto 2011

Dobbiamo ammetterlo. Anche se cerchiamo di essere sobrie, di comprare pochi e durevoli indumenti e abbiamo un occhio di riguardo per la provenienza e il materiale dei nostri capi d’abbigliamenti, ció nonostante i nostri armadi sono pieni di vestiti che non mettiamo mai. Acquisti sbagliati, spesso, a volte regali infelici o mutamenti del nostro corpo per i quali i jeans attillati che abbiamo indossato che 10 anni, ahimé non ci entrano piú.

Un po’ per vanitá, un po’ per l’influenza della societá in cui viviamo, ci piace indossare un capo nuovo e ci sentiamo bene avvolte da un nuovo maglione anche se non è nè più bello nè più comodo di quello che abbiamo usato fino al giorno prima. Semplicemente ci piace cambiare e viceversa ci deprimiamo quando guardando l’armadio vediamo sempre i solti vestiti e di fronte alle ante spalancate con un sospiro esclamiamo: “non ho niente da mettermi!”

Ci troviamo quindi combattute: da un lato vorremmo compraci qualcosa di nuovo, dall’altro sappiamo che questo è uno spreco. Conosciamo bene il processo che porta dalla coltivazione alla vendita della nostra maglietta. Sappiamo che i campi di cotone vengono irrorati di insetticidi che inquinano l’ambiente e provocano malattie permanenti a chi lavora nei campi. Sappiamo che la seta proviene da un bruco che viene ucciso prima che possa diventare farfalla e sappiamo quello che succede nelle fabbriche in cui queste materie prime vengono elaborate. Inoltre siamo contrarie all’industria della moda e a tutto ciò che implica: un’immagine della donna svilente, modelle spesso minorenni portate all’anoressia, sfruttamento del lavoro, mercato nero, ecc.

Le più virtuose il problema l’hanno già risolto o non se lo sono mai posto e comprano il giusto indispensabile e lo acquistano in negozi certificati. Per le altre esistono diverse soluzioni che vanno dai mercatini dell’usato all’Asta Tosta!

Da qualche anno tra amiche siamo solite organizzare questa serata. Quando una di noi lo propone, ci ritroviamo a casa sua, e chi vuole, dopo aver accuratamente ravanato nell’armadio, porta quei vestiti che, per un motivo o per l’altro, non usa più. Successivamente, tra vino, birra, tisane e generi di conforto, ciascuna a turno mostra al pubblico interessato e divertito i suoi capi di abbigliamento. Chi vuole portarsi a casa qualcosa non deve fare altro che alzare la mano.

Così ci liberiamo di quei capi che non usiamo più da anni ma che non avevamo il coraggio di buttare, portiamo a casa nuovi vestiti che per il momento ci soddisfano e, nel frattempo, ci siamo fatte grasse risate nel vedere certi capi anni ’80 che qualcuna pazientemente ha conservato e qualcun’altra arditamente si è portata a casa.

Quello che avanza (c’è sempre qualcosa che nessuna vuole) quando riusciamo a stabilire dei contatti lo doniamo a delle associazioni, altrimenti verrà riportato a casa e riproposto alla prossima Asta Tosta.

Perlopiù si scambiano vestiti, ma non solo; ognuno porta ciò che vuole donare.

Non siamo certo nè le uniche nè le prime ad aver avuto questa idea, alcuni centri sociali propongono eventi simili, come per l’esempio la LiberaOfficina a Modena.

L’aspetto più bello di queste iniziative è che non si tratta necessariamente di uno scambio. Nelle nostre AsteToste così come nei mercatini di libero scambio alla LiberaOfficina, si può non portare niente e tornare a casa con un sacco pieno di ropa, ugualmente si possono portare vagonate di cose e tornare a casa a mani vuote, se il nostro scopo era proprio quello di fare un pò di spazio nell’armadio.

Ecco un modo economico, etico e divertente di fare shopping!

Read Full Post »

In questi giorni sono a casa con la nonna e sto cercando di propinarle cibo vegano senza che se ne accorga! Oggi a pranzo, dato che è domenica, voleva fare i tortellini e di secondo una bella bistecca di non so che animale. Considerato che ci sono 37 gradi e un tasso di umidità attorno al 100% sono riuscita a cambiare i tortellini per un piatto di spaghetti conditi coi pomodorini freschi. Di secondo invece sono riuscita a convincerla a lasciarmi carta bianca, promettendole delle melanzane ripiene, senza specificare quale sarebbe stato il ripieno.
Risultato: la nonna ha detto di aver mangiato meglio che alla prova del cuoco e che le melanzane ripiene erano meglio di qualsiasi bistecca! Sono talmente felice di essere riuscita a far apprezzare alla tradizionalista nonna una ricetta vegana (in passato ci avevo provato ma non era andata sempre bene, questa è stata sicuramente la ricetta più apprezzata) che ve la scrivo. Magari la provate e convince anche voi.

Ingredienti:

  • 3 melanzane di quelle lunghe
  • 3 peperoni, uno verde, uno rosso, uno giallo
  • mezza cipolla
  • 2 spicchi d’aglio
  • un filo d’olio
  • fiocchi di soia (io ho usato quelli di Naturasì, in alternativa si può usare del tofu sbriciolato)
  • sale, pepe e spezie a piacere
  • salsa di pomodoro
  • un po’ di anarcardi e mandorle
  • pangrattato

Prendete le melanzane, tagliatene il picciolo e dividetele in due per la lunga. Ora scavatele per toglierne la polpa lasciando mezzo centimentro circa di spessore attorno alla buccia. Otterrete così delle “barchette”, che conterranno il ripieno. Mettete qualche grano di sale grosso sulle “barchette” e riponetele in un piatto fondo in modo che l’acqua che faranno possa scolare nel piatto. Tagliate la polpa delle melanzane e i peperoni a dadini. Affettate finemente la cipolla e l’aglio e soffriggete in padella con un filo di olio. Aggiungete le melanzane e i peperoni. Nel frattempo reidratate e cuocere i fiocchi di soia come indicato sulla confezione. Quelli che ho usato io vanno bolliti per 10 min e poi scolati e strizzati. La stessa ricetta si può fare con del tofu sbriciolato o grattugiato, come quando si fa il ragù il tofu.
Quando le melanzane e i peperoni saranno a metà cottura, più o meno, aggiungete la soia. A questo punto io ho messo le spezie: pepe, cumino e poco peperoncino, perchè a mia nonna non piace molto piccante. Di solito per insaporire il tofu o i fiocchi di soia servono molte spezie, in questo caso non necessariamente, perchè le melanzane e i peperoni sono molto saporiti.
Quando il ripieno è cotto si riempiono le melanzane. Successivamente su ogni metà melanzana ci si mette un cucchiaio di passata di pomodoro, a coprire il ripieno, e sopra la passata una spolverata di anacardi e mandorle tritati finemente e infine il pangrattato.
Si cuoce in forno a 180 gradi per 30-45 min.
Il risultato è molto buono anche per chi non è abituato ai sapori vegani. Penso che sia per i fiocchi di soia che ricordano un po’ la consistenza del macinato di carne. Chiamate nonna Elda se non ci credete!

Scusate ma non riesco a caricare foto, Ubuntu non me lo permette!

Read Full Post »

Scrivo questo post per condividere con voi i miei pensieri e per chiedervi un parere.
Ques’estate sono andata in vacanza in Cile. Andavo a trovare Patricia, un’amica, ad Antofagasta, nel Norte Grande e da lì, dal Desierto de Atacama, il deserto più arido del mondo, ci saremmo spostate verso sud, fino alla piovosa isola di Chiloè, ai confini con la Patagonia. Saremmo state per lo più ospiti da suoi parenti e amici: a La serena, a Santiago e a Puerto Montt. Da questi punti sarebbero partite le nostre escursioni, cercando di limitare il più possibile i pernottamenti in ostelli e campeggi, chiaramente per risparmiare.
Prima di partire mi ero interrogata circa l’opportunità o meno di presentarmi ai parenti quale amica straniera vegetariana. Se per un verso l’idea di mangiare della carne mi disgustava, dall’altra parte non volevo offendere i miei ospiti nè tanto meno fare la figura della snob europea. Perchè, diciamocelo, essere vegetariani è una scelta da primo mondo, operata da chi ha cibo in abbondanza e può permettersi di scegliere. É una scelta che, a mio avviso, fa chi certi diritti li ha già conquistati e, sebbene in Italia alcuni diritti che sembravano scontati anni fa vengano ora rimessi in discussione, non possiamo negare una condizione sociale migliore di quella della maggior parte dei paesi del mondo.
Vegetarini in Cile non ce ne sono e la stessa guida Lonely Planet consiglia di oddurre come scusa a questa dieta alimentare un’allergia alla carne.
Il mio dilemma si divideva in due: i pasti in casa di parenti e amici e i pasti fuori casa. In questo secondo caso non mi sarei messa nessuno scrupolo a mentire sulle mie allergie alimentari, ma i problemi erano altri. Innanzitutto in Cile, come in molti paesi dell’America Latina, è difficilissimo trovare in bar e ristoranti pietanze vegetariane, a parte nelle località molto turistiche o nelle grandi città. I pochi ristoranti vegetariani sono però locali esclusivamente pensati e frequentati da stranieri, lontani quindi dal mio concetto di viaggiare e di conoscere un paese, una cultura, un modo di vivere. Nei puestos per la strada, l’alternativa cilena al fast food e quanto di più autentico ci possa essere, l’unico alimento vegetariano è l’empanada con queso, una specie di calzone al formaggio, che alla fine del viaggio mi è arrivata a nausea.
Prima di partire pensavo quindi che, quando avremmo mangiato fuori casa, avrei cercato di evitare il più possibile la carne, senza cercare locali appositamente vegetariani (nella maggior parte dei posti non li avrei neppure trovati) e senza rovinarmi lo stomaco e l’appetito per voler a tutti i costi evitare la carne.
In quanto ai pasti in casa di parenti e amici, ho preferito mangiare quanto mi veniva offerto, rendendo onore allo sforzo che avevano fatto per prepararmele. La proverbiale ospitalità cilena li portava il più delle volte a cucinare pietanze prelibate e care, che non appartenevano alla loro dieta quotidiana e davanti alle quali, pensando allo sforzo che avevano fatto per comprarne gli ingredienti, sarebbe risultato fuori luogo rifiutarsi di mangiarle per via di un incomprensibile vegetarianesimo.
Non so se la scelta che ho fatto è stata la migliore. Forse avrei potuto, con molto tatto, cercare di parlare loro del tema e cercare di sensibilizzarli. Se ci fossi riuscita avrei soltanto fatto loro del bene, considerato che la carne è più cara delle verdure e dei legumi e che molti cileni sono in sovrappeso a causa di una dieta squilibrata (ma in questo caso il discorso sarebbe molto più ampio). Soltanto con due ragazze ho parlato del tema: una cugina di Patricia e la sua compagna. Mi hanno ascoltato con attenzione e hanno riconosciuto che la loro alimentazione era scorretta. Ciò che mi ha più colpita della nostra chiacchierata è stato quando una delle due ha detto che per lei non mangiare carne equivale ad ammettere di essere poveri. Per questo ad ogni pasto è presente la carne in una qualche forma: per convincere gli altri e soprattutto se stessi che non si è poveri. In Europa non abbiamo questo tipo di complesso e, forse anche per questo, possiamo “permetterci” di essere vegetariani.

Read Full Post »