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Archive for settembre 2011

La mia personale biblioteca si è arricchita, nel settore alimentazione, sottosezione speculazioni e riflessioni, di un’opera che mi sento di consigliare anche a chi, come me, ha già digerito Foer, Rifkin, Pollan e Altri.

Il saggio di Peter Singer (filosofo australiano già autore, tra gli altri, di Liberazione animale) e di Jim Mason (avvocato), intitolato Come Mangiamo: le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari, ha infatti il grande pregio di  affiancare all’analisi  dei comportamenti individuali e delle realtà economico-produttive che li influenzano/inducono un’approfondita ed altrettanto concreta riflessione sulle ripercussioni ambientali, sociali e morali che ne discendono.

Gli autori prendono a campione tre famiglie, le accompagnano a fare la spesa, le interrogano sulle loro abitudini e sulle motivazioni che le spingono a preferire un certo tipo di prodotto o di sistema produttivo/distributivo, traendo dall’analisi delle loro scelte di acquisto (più o meno consapevoli) lo spunto per approfondire tutte le principali tematiche legate al cibo ed al suo impatto sulla vita e sulla società.

Ovviamente le tre famiglie-cavia presentano caratteristiche molto diverse: si va da quella che, pur parzialmente consapevole del risvolto etico delle scelte alimentari, non è stata ancora in grado di modificare le proprie abitudini, a quella di vegetariani cultori del biologico, sino a quella che ha abbracciato la dieta vegana.

Nel descrivere questi tre percorsi gli autori risalgono la catena alimentare interrogandosi sulle molteplici  implicazioni etiche poste dalla produzione e/o dal consumo di ogni singolo prodotto entrato nel carrello.

Questo tipo di riflessione pare innescare una sorta di spirale di eticità, nella quale i comportamenti virtuosi si inseguono fin quasi al parossismo ed alla eliminazione, per esclusione, di ogni possibile fonte di approvvigionamento calorico-nutrizionale; al contempo, però,gli autori mostrano un approccio analitico e molto rigoroso, anche rimettendo in discussione presunti dogmi quali la preferenza per il kilometro zero (non solo a favore del commercio equo ma anche di coltivazioni in area climaticamente più adatte, nelle quali il bilancio energetico risulta comunque vantaggioso nonostante le lunghe distanze da percorrere per il trasporto).

Tuttavia, pur giudicando apertamente la propria filosofia alimentare vegana come l’unica vera e definitiva risposta etica, gli autori forniscono al lettore gli strumenti per compiere scelte consapevoli per intraprendere un percorso che, seppur difficile da portare a termine, si rivela prezioso anche nelle sue prime tappe.

Consiglio questo testo a chi già ha una approfondita conoscenza della materia (ed ha probabilmente già compiuto le conseguenti scelte di vita) per trarne gli argomenti necessari a persuadere altre persone.

Ma consiglio questo testo, soprattutto, a chi non ha ancora avuto il coraggio o la capacità di realizzare i propri buoni propositi.

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C’è crisi dappertutto” cantava Bugo e lo faceva già prima che scoppiasse ciò in cui siamo ancora impantanati. Poi la crisi del sistema finanziario è scoppiata e non ha sfaldato pezzi di quel sistema bancario e speculativo che l’hanno generata, ma ha trascinato con sè i destini di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che hanno perso il posto. Gli interventi e la liquidità messi a disposizione dai Governi hanno salvato i primi, non certo i secondi.

La lezione, quindi, non è servita e, puntualmente, è arrivata la seconda ondata del maremoto. Borse che crollano, Stati che rischiano il default, misure e manovre economiche che ripresentano le stesse ricette che vanno nella stessa direzione: cercare di salvare la barca che affonda. Il sistema che cerca di salvare se stesso.
Chi si oppone alle misure che bastonano i ceti meno abbienti, del resto, non riesce ad uscire dallo schema, dal paradigma imposto da questo modello produttivo e di sviluppo. Le rivendicazioni della sinistra, ad esempio, non immaginano una revisione radicale del sistema, un altro paradigma, ma si propongono una versione più equa (se mai fosse possibile) del consumismo o sfociano nel sogno di vedere la “classe operaia” al potere. Parlare di riduzione dei salari o del potere di acquisto agli esponenti della sinistra “vera” susciterà reazioni furibonde. Troverà invece l’accordo della “sinistra” moderata, ma nell’ottica del sistema attuale, non di certo della decrescita.

Non è però forse nemmeno giusto sperare che sia la politica in senso stretto ad offrire la soluzione, sia perché oggi è la finanza a dettare la linea alla politica, e non viceversa, e sia perché nemmeno in passato la politica si è rivelata capace di rappresentare le istanze più avanzate.
Se si accantona l’idea di agire attraverso la politica, non si può però sperare di ottenere grandi soddisfazioni nel breve periodo dalla società civile. Essa appare permeata dalle logiche che stanno alla base del sistema economico vigente, anche quando gli individui non vedono concretizzarsi lungo tutta l’esistenza i miraggi e le promesse del benessere che viene venduto loro.
Del resto, un qualsiasi sistema, per rimanere in piedi, ha bisogno di una cospicua dose di consenso e non ci si può stupire se ciò avviene. Superata (almeno in una parte del mondo) la fase storica in cui il consenso si otteneva con la forza e la violenza, oggi esso viene conquistato in modo più subdolo ma ugualmente (per certi aspetti) coercitivo.

Finché le persone non si convinceranno che è più bello guardare un tramonto che un reality show, finché non capiranno che è più salubre mangiare meno e cibo locale e biologico, finché la massima aspirazione sarà avere l’ultimo modello di cellulare o di automobile e ci sentirà pezzenti ad avere vestiti autoprodotti o mobili autocostruiti, finché si continuerà a ritenere più comodo delegare ad altri la soluzione di tutti i piccoli problemi, continuando a perdere la capacità di fare le cose, un’alternativa concreta non vedrà mai la luce.

Allora che fare? Farsi vincere dallo sconforto e dalla frustrazione e alzare bandiera bianca? Rinunciare e omologarsi per l’impossibilità di incidere su larga scala? Non credo.
L’uomo è diventato così pigro e presuntuoso, che se non riesce a cambiare il maggior numero di cose con il minor sforzo non muove nemmeno più un dito. E usa questo come un alibi per la propria coscienza e la propria incoerenza.
Se continua, questa crisi peggiorerà drasticamente le condizioni di vita di molte persone. Quando si deve fare di necessità virtù ci si inizia ad interrogare sui propri stili di vita e si stila una lista di priorità.
La nostra funzione comincia proprio qui.
Se infatti i nostri stili di vita, il nostro percorso, la nostra ricerca rappresenteranno una risposta, un modello nuovo da cui trarre ispirazione, probabilmente verremo seguiti per emulazione.
Qualsiasi forma di persuasione – a meno che non si sfoci del plagio – deve comunque fare i conti con la volontà dell’individuo che ci si propone di persuadere. Credo che la cosa più libertaria e giusta che si possa fare sia rappresentare un modello a cui tendere.
Abbandoniamo dunque lo spirito missionario ed evangelizzatore di derivazione cattolica e iniziamo a rappresentare, con i nostri limiti e i nostri sforzi quotidiani, la risposta concreta per il cambiamento.

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Ti segnalo il sito di una associazione modenese di persone che hanno fatto dell’ecologia, dell’etica, della decrescita sostenibile una scelta di vita e stanno facendo di tutto per divulgare le loro scelte. Ci tengo a precisare che non sono “teorici” del vivere eco-equo, ma li definirei più artigiani della decrescita felice! cesellano giorno per giorno a forza di scelte consapevoli un futuro migliore, insomma sono della bella gente che fa cose belle. Guardare il loro sito per credere!
http://ilcacomela.blogspot.com/
ma soprattutto valli a trovare domenica 25 dalle 9,30 in poi nella scuolina del parco dei sassi di Roccamalatina, inaugurano la loro sede con una giornata di attività varie. Sul sito trovi il volantino.
Noi ci saremo…
ciao
fede

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Ho usato questa crema per farcire una crostata di compleanno.
La base della crostata era fatta con la ricetta postata qualche tempo fa: per la speciale occasione, invece di riempirla di abbondante e genuina marmellata fatta in casa, ho pensato di farcirla con questa golosa crema fatta senza latte (quindi ottima per chi ha intolleranze) e senza uova (consigliabile a quanti hanno probelmi di colesterolo).
Le dosi:
-500ml di latte di avena (o soya, o riso)
-60 gr di zucchero
-30 gr di farina
-15 gr di maizena (detta anche amido di mais)
-la scorza di mezzo limone

Preparazione:
Mettete il latte sul fuoco, mentre si scalda versatevi lo zucchero (io ho usato quello di canna del commercio equo: è molto scuro e la crema ha preso un colore ambrato) e in seguito la farina e l’amido a pioggia, mescolando ben bene e di continuo, perchè non si formino grumi. Aggiungete quindi le scorze di limone (attenzione: senza il bianco della buccia, sennò la crema diventa amarognola!) e continuate a mescolare. Dopo qualche minuto la crema inizierà ad addensarsi, continuare a mescolarla per fare in modo che non si formino grumi e che il composto si presenti liscio. Raggiunta la densità desiderata, toglietela dal fuoco, eliminate le scorze di limone e usatela come più vi piace! Potete guarnire una torta, dei bignè, dei pasticcini o dei cannoli . O semplicemente farla raffreddare e mangiarla al cucchiaio, e se vi vengono i sensi di colpa, scacciateli immediatamente: senza latte e senza uova, la crema è moooolto più leggera, dietetica e digeribile!

Gnam!

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Sono reduce da un pranzo con mia madre. Spesso a tavola mi capita di parlare con i miei di prodotti biologici o a km zero, svariate volte ho cercato invano di convincerli ad entrare in un gruppo di acquisto locale, una realtà che, almeno qui nei paesi della provincia tra Modena e Bologna, è sempre più presente e attiva sul territorio.

Mia madre lavora in Coop, ed è sempre stata una forte sostenitrice dei prodotti e dei valori dell’azienda. Ad esempio una delle cose a cui tiene di più e per cui dice di essersi battuta di più è la tracciabilità del prodotto, e il fatto, sacrosanto, di puntare sull’origine locale, o quantomeno italiana di tutto quello che mangiamo. Io personalmente ho sempre apprezzato  in Coop, rispetto a molte altre catene della grande distribuzione, una certa attenzione rispetto a determinate tematiche come lo sfruttamento del lavoro, il biologico, il km (quasi) zero per certi prodotti, la tracciabilità di carne e pesce, l’attenzione al prezzo di certi prodotti, il progetto “brutti ma buoni”. Politiche in parte perseguite, come mi ha sempre confermato mia madre lavorandoci da dentro, ma in parte solo di facciata.

Negli ultimi periodi anche mia madre comincia a rivedere le sue convinzioni sull’impeccabilità della Coop e della grande distribuzione in generale, perchè “la coop sei tu”, ma anche no. Questo rispetto a come vengono trattati i dipendenti, ma in particolare, ed è questo che mi preme, rispetto alla scelta dei prodotti che si mettono sul banco. Un esempio lampante che si chiedeva mia madre è il perchè dall’Italia dobbiamo comprare i limoni in Spagna e, se cerchi sul banco i limoni italiani sono sempre brutti, piccoli e striminziti. Stessa cosa per frutta e verdura che ha smesso anche lei da un po’ di comprare nei supermercati, rivolgendosi piuttosto a un contadino che la vende direttamente.

Ma anche il contadino nasconde spesso delle insidie, perchè non tutti sui banchi del mercato scrivono la provenienza e l’altra faccia della medaglia è che comunque sulle cose non c’è un controllo come quello che ci può essere su una filiera certificata, a meno che non vai tu di persona a controllare come vengono coltivati i pomodori. Questo sistema di “controllo” ad esempio però funziona molto bene nei gruppi di acquisto, in cui si può incontrare direttamente il produttore e tempestarlo di domande, oppure si può fare una visita all’azienda. Ma funziona anche bene in alcuni mercati contadini, promossi e organizzati da associazioni di agricoltori, o dai gruppi di acquisto stessi.

A questo proposito vi segnalo quella che mi sembra una gran bella iniziativa che si svolgerà a Bologna nell’ultima settimana di settembre, organizzata dall’associazione Campi Aperti, un gruppo di produttori che si ripropone di modificare i rapporti di produzione e distribuzione imposti dalle grandi catene, promuovendo la vendita diretta dei prodotti. Sono gli stessi del mercato  XM24 a Bologna.

Tutto questo per dire che in quanto consumatori e in quanto cittadini è sempre d’obbligo farsi delle domande sui prodotti che compriamo, perchè le nostre scelte hanno sempre una valenza politica. E sono contenta che anche le persone intorno a me stiano iniziando a diventare più critiche. Non sarebbe male cambiare il mondo partendo proprio da qui.

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Mi riallaccio a qualche post fa e all’utilità o meno dell’autoproduzione casalinga. Quest’anno, essendomi insediata in una nuova casa con un bel balcone, mi sono lasciata prendere da sogni di autarchia totale e definitiva ed ho inziato ad organizzarmi per allestire un orto in balcone.

La spesa per me è stata minima: un contadino vicino a casa aveva delle fantastiche vecchie cassette per la frutta, di legno e robustissime, che avrebbe buttato via  a breve, mio padre mi ha costruito dei sottovasi assemblando pezzi di plastica, che fossero della grandezza delle cassette, ho comprato qualche sacco di terra, un po’ di argilla espansa e semi a volontà.

Ho iniziato a seminare a Marzo – Aprile dentro a scatoline di plastica per alimenti e contenitori per le uova riciclati, e devo dire che mi son lasciata prendere la mano, seminando qualsiasi seme mi capitasse tra le mani: non solo pomodori e zucchine, ma anche girasoli nani, alchechengi, timo, lavanda, senape, rucola, piante grasse mix, semi di frutti buoni e biologici che avevo mangiato, come limone e arancio, glicine. A dire il vero quelli che sono non solo spuntati, ma anche sopravvissuti, sono stati pochi. Ma da vera catastrofe con le piante devo dire di aver provato puro piacere nel vedere i germogli più tenaci tenere duro e continuare a produrre foglie e poi fiori e frutti, nonostante li avessi posizionati in un posto sbagliato per la luce, o mi scordassi di concimarli, o mi sbagliassi ad innaffiarli.


La primavera in sè è fantastica: molte piante sono cresciute con una potenza e una velocità inimmaginabili, trasformando il mio balcone in un’oasi lussureggiante, poi, piano piano, sono arrivati i fiori.

Ho scoperto i pomodori essere infestanti (ho trovato piantine del suddetto frutto in ogni altro vaso!), le zucchine crescere ed allargarsi molto velocemente, stessa cosa per girasoli, alchechengi, rucola. Mentre le piante aromatiche, troppo timide per crescere, sono state rimpiazzate da alcune piantine di menta, salvia, rosmarino, comprate già grandi.

Sebbene sul balcone ci sia meno spazio e molte piante non si possano coltivare per mancanza di terreno in profondità, ho notato che in balcone alcune piante sono molto meno attaccabili dai parassiti. Le piante di pomodoro ad esempio sono arrivate incolumi fino a settembre senza essere state infestate da alcun insetto e senza che dovessi intervenire. Per le zucchine invece, ho fatto l’errore di coltivarne troppe in uno spazio troppo piccolo. In tutta l’estate 6 piante hanno partorito a fatica uno zucchino enorme, ma anche una quantità infinita di fiori, che, friggendoli, mi hanno sfamata a più riprese. Sono state attaccate dagli afidi, golosi del nettare dei germogli, che ho cercato di combattere vaporizzando le piante con qualche goccia di soluzione alcolica di propoli, diluita in acqua. Gli insetti sono diminuiti, ma non del tutto.

Un altro acquisto primaverile sono state delle piantine di fragole, tenute a mezz’ombra, nel tentativo di ricreare l’atmosfera del sottobosco, ma senza che si degnassero di produrre il benchè minimo frutto. Una volta messe al sole diretto, si sono prodigate in liane lunghissime ad abbellire la ringhiera del balcone, per poi regalarmi, ad estate ormai finita, un pugno di fragoline deformi, ma saporitissime.

Dei pomodori invece ho fatto e sto facendo tuttora vari raccolti. Le uniche piante che hanno veramente prodotto qualcosa.

Com’era prevedibile, la mia idea entusiastica di autarchia totale è stata una mera illusione, nella quale ho creduto fino all’ultimo, fino al giorno in cui mestamente, ho sradicato le ultime piante di zucchine ormai quasi secche, che però qualche fiore ancora secondo me l’avrebbero fatto. Forse non sono riuscita a trasmettere loro abbastanza dell’amore che ci ho messo ogni giorno nel cercare di annaffiarle con costanza (quasi) tutte le sere. Sicuramente mi dovrò fare più esperienza, magari in un orto vero, quello dove si zappa e si ara. Fatto sta che l’esperimento non mi ha sfamata, ma mi ha divertita e talvolta rilassata, la sera al tramonto, a spulciare con la giusta flemma le mie amate e capricciose creature verdi, dopo una frenetica giornata al lavoro. L’autarchia c’è comunque in qualche modo stata: gli orti compulsivi e i frutteti ultra produttivi degli altri, hanno fatto in modo che, quasi quotidianamente, mi arrivassero una cassetta di fichi, una bacinella di pomodori, un mazzo di cipolle, con tanto di lamentele dei proprietari che non sapevano più come gestire tali surplus alimentari. Gli stessi surplus che mi hanno impedito di andare al mercato ad acquistare frutta e verdura per quasi tre mesi. A questo proposito penso che sarebbe carino mettere in rete il proprio albero di nocciole, o cachi o melograni, ma più in generale di frutta o verdura che rischia di non essere raccolta per eccessiva produttività, o perchè è una bella pianta da tenere in giardino, ma i frutti non piacciono a nessuno della famiglia. Sappiate che io invece li mangerò.

Il lavoro comunque non è finito. C’è da preparare l’orto per l’autunno e poi l’inverno. Ci sono i semi di nuove piante da iniziare a seminare. Alcune le metterò dentro. In effetti non ho la minima idea di come procedere a questo punto, ma vi terrò informati sul mio piccolo appezzamento di terra volante. Ortolani fatevi avanti con i vostri consigli, saranno ben accetti.

Ah, a proposito, delle piante grasse non ne voglio parlare. Per me sono alieni e basta.

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