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Archive for the ‘Caminetto’ Category

Oggetti liberati

L’altro giorno, mentre spmrs-doubtfireazzavo via dalle scale gomitoli di peli della cara Yuma, pensavo che forse avrebbe potuto avere un senso comprare un apspirapolvere, quelli monocorpo, in modo da poter pulire con relativa praticità e maggior efficacia.

Devo dire che sebbene la vecchia scopa sia molto più ecologica (quanto risparmio di plastica e corrente elettrica!), il risultato per chi vive in campagna e ha un cane che dorme in casa non è molto soddisfacente: si ha  l’impressione che i peli e la polvere più che essere domati da scopa e paletta  cambino semplicemente di posto, sollevandosi in simpatiche nuvole grigie che svolazzano qua e là per poi depositarsi sui panni stesi, o sulle pedane, o su me stessa. Quindi l’idea dell’aspirapolvere si è fatta strada nella mia testa come la soluzione i-d-e-a-l-e.
Nonostante queste motivazioni però, devo ammettere che mi scocciava parecchio pensare di andare a comprarne uno, andare in quei megastore mi mette un po’ di malumore, e poi generare in un nuovo rifiuto da smaltire,  ce ne sono già così tanti…

E allora  – ho pensato – chissà che tra le mie conoscenze non ci sia qualcuno che se ne vuole liberare, magari perchè ha preso la versione più moderna e ha in casa quell’aggeggio tondo che si muove autonomamente per casa aspirando da solo, oppure perchè senza cani e senza campagna, una casa viene pulita benissimo con solo l’uso della praticissima scopa.

Insomma: molto fiduciosa mando una mail a diversi miei contatti chiedendo se qualcuno ha un aspirapolvere che non usa più e di cui si vuole liberare, anche perchè preferisco di gran lunga pagare un amico che m+ediaworl-d. E… nel giro di una mezza giornata ho ricevuto ben due risposte positive!
Quindi a breve in casa un vecchio aspirapolvere dimenticato tornerà a nuova vita, io non dovrò lottare con le nuovole di pelo e polvere e nessun nuovo rifiuto andrà a pesare sull’ambiente… nè sulla mia coscienza! 🙂
Come dicevo anche qui, chissà quante cose che a voi servono stanno solo aspettando di venire liberate da sgabuzzini e cantine di persone amiche!

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Buon anno!

Auguri!Cari abitanti di Pastamadre,

è da tanto tempo che non ci si legge… in questi mesi ripensavo al nostro blog e mi dispiaceva un po’ vederlo così sonnecchioso. Per un motivo o per l’altro nella mia vita fatta di impegni e incastri il blog è finito in fondo alla lista delle cose da fare, anzi: è decisamente uscito dal foglio! Mi dicevo “una bella idea ormai affondata… peccato!”.

Poi, complice forse il fatto che oggi è il primo giorno dell’anno e si sa, in questa giornata si è spesso ispirati per snocciolare buoni propositi e  mettere in atto qualche cambiamento, ho riletto alcuni articoli e ho pensato che in realtà non voglio abbandonare la nave, che forse non sta affondando, ma si è solamente un po’ arenata e magari, con qualche manovra azzeccata, chissà che non riprenda il largo…

Faccio un mea culpa, perchè anche se è vero che ho postato tante cose,  soprattutto negli ultimi post c’erano ben poche riflessioni personali: segnalazioni di siti,  eventi, idee, sono certamente utili, ma il poter riflettere e condividere pensieri con voi era proprio quello che distingueva questa esperienza dagli infiniti (e assai utili e belli) blog che si possono trovare sulla rete. (altro…)

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L’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna ha approvato all’unanimità una risoluzione che ferma la vendita delle aree agricole demaniali, consentita da uno degli ultimi atti del governo Berlusconi.
L’iniziativa viene dal gruppo Sel-Verdi e in particolare dai consiglieri Gabriella Meo e Gianguido Naldi e, oltre allo stop alla vendita, indica nei giovani gli assegnatari, attraverso contratti di locazione o comodato, dei terreni incolti di proprietà pubblica.

“Non ci piaceva l’idea di vendere terreni agricoli che appartengono a tutta la comunità – spiega la consigliera Meo – e in seguito anche a numerose manifestazioni di interesse di giovani, abbiamo pensato che potesse essere un’iniziativa importante”.
Lo scopo, dunque, è duplice: da un lato garantire una cura e una tutela del territorio che scongiuri il dissesto idrogeologico delle aree collinari e montane, dall’altro lato incentivare il ritorno alla terra dei giovani.

Quest’ultimo aspetto è infatti uno dei più critici. “Viviamo in un territorio – osserva Meo – che per la sua fertilità vede costi della terra molto elevati. Al contempo nel Paese le aziende agricole sono diminuite di un terzo e l’agricoltura sta assumendo forme estensive che penalizzano i piccoli produttori, attenti alla qualità e alla biodiversità.
Dunque spazio ai giovani, attraverso un regolamento che sarà scritto nei prossimi giorni e che vedrà così assegnare a loro terreni spesso incolti del demanio.
Prima, però, sarà opportuno effettuare un censimento dei terreni stessi, strumento non ancora a disposizione degli amministratori.

Qui trovi l’intervista alla consigliera regionale Gabriella Meo.

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In inverno per gli uccelli diventa molto difficile procacciarsi il cibo, soprattutto quando l’accesso al terreno, dove becchettano alla ricerca di semi o insetti, è reso impossibile dalle straordinarie nevicate di questi giorni.

Da qualche tempo avevo iniziato a lasciare sopra i due davanzali della cucina le briciole di pane cadute dal tagliere. I primi tempi quelle minuscole scagliette  restavano lì, nessun uccellino sembrava essere interessato a questa improvvisa manna dal cielo. Pazientavo. Avevo letto da qualche parte che bisognava aspettare un po’ perchè questo “dono” venisse scoperto, ma una volta che le cinciallegre e i fringuelli si fossero posati sui vostri davanzali,  balconi, o giardini, se ne sarebbero ricordati. E così è stato: da un paio di settimane è un continuo via vai di uccellini colorati, che ad orari quasti fissi (metà mattinata e primo pomeriggio) vengono a banchettare sui nostri davanzali.

Mentre lavoro al computer sul tavolo della cucina, è un piacere vederli svolazzare davanti ai vetri, posarsi e rifornirsi di cibo con gesti veloci e scattanti. Da alcuni giorni le cinciallegre cantano quando vengono a trovarci, così, se sono assorta nella lettura di un libro, al sentire quel cinguettio alzo la testa ed eccolo lì, il piccolo volatile dal petto giallo, la testa nera e le guance bianche, che si ferma giusto il tempo di raccogliere qualche briciola o seme, dà una veloce sbirciatina dentro la casa (o almeno così mi sembra) e vola via.
[Nella foto potete ammirare il fringuello che curiosa in casa]

Oggi mia sorella, che ama e studia gli animali, mi ha fatto sapere che  per questi nuovi frequentatori di Casa Bondanello le briciole di pane bianco sono sconsigliate, perchè possono abbassare le loro difese immunitarie. Cibo ottimale sono invece arachidi non salate, semi di girasole e semi vari, panico, margarina e altri grassi, muslei integrale e con semi, uvetta, fichi secchi.

Il cibo va lasciato in luoghi non accessibili a cani e gatti, quindi su davanzali alti, balconi, oppure si può appendere  direttamente ai rami degli alberi mediante idee molto semplici, come quella dei fili di arachidi, che potete trovare qui.

Sappiate però che questi accorgimenti vanno utilizzati esclusivamente nel periodo invernale, perchè in primavera ed estate gli adulti devono insegnare ai piccoli a procurarsi il cibo da soli e il nostro aiuto potrebbe compromettere l’indipendenza futura delle nidiate.

In questi giorni freddi, se avrete voglia di aiutarli, forse vi appassionerete a loro come sta succedendo a me, che durante le nevicate più intense, attraverso il vetro, nel caldo della mia cucina, li osservavo andare e venire alla ricerca di cibo. La forza e l’ostinazione di questi piccoli esserini mi ha colpita molto. Eh sì, so che da che il mondo è mondo gli uccelli combattono per la sopravvivenza durante le stagioni invernali, non vi sto raccontando nulla di nuovo o sensazionale, ma come accade un po’ per tutte le cose, anche quelle più semplici possono apparirci grandi rivelazioni, se ci coinvolgono in prima persona.

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Oggi in provincia di Modena nevica. Tantissimo.
Posso dichiarare di essere una privilegiata: questa mattina vista la strada ricoperta da una coltre di neve, ho pensato che fosse troppo complicato prendere la macchina e raggiungere la stazione e aspettare un treno che chissà se sarebbe arrivato, per andare a lavorare. Ecco ho pensato che non valesse la pena rischiare slittamenti di gomme e scivoloni sul sale dato male, solo per andare a lavorare. Non che non ci abbia provato, mi sono anche svegliata molto presto. Forse sono una fannullona demotivata, forse avevo solo una gran voglia di godermi tutta ‘sta neve. E così mi ritrovo in questo downshifting un po’ forzato, un po’ voluto. Perchè a volte è un diritto sacrosanto prendersela con calma.

“Downshift” è un verbo molto bello che usano gli anglosassoni, difficile da tradurre in modo letterale in italiano. Il downshift è un vero e proprio stile di vita, che implica il fatto di rinunciare a tutta una serie di vicissitudini e, se vogliamo, anche soddisfazioni lavorative, ma che sono anche fonte di stress, per recuperare tempo per i propri interessi e il proprio benessere. Per farvi un esempio qui trovate il decalogo base di un aspirante downshifter. Nella pratica consiste nel rimetterci dal punto di vista economico e guadagnarci in relazioni e salute. Semplice da spiegare e da capire, difficile da applicare, perchè oramai siamo diventate delle bestie da soma telecomandate, e spesso ci definiamo in base a quanto possediamo, e quello che ci fa stare bene ce lo scordiamo. Ecco io oggi mi dichiaro una downshifter, chè almeno 8 punti su 10 del decalogo li ho soddisfatti.

Questa mattina, dopo il tentativo fallito di arrivare a Castelfranco, mi sono fermata infreddolita sulla soglia di casa, come per entrare. In verità alla vista di tutto quel biancore, ho pensato che sarebbe stato più saggio infilarsi i moon boot (adoro indossare quelle babbucce informi di gommapiuma) e godersi il piacere di una bella passeggiata mattutina.
Leggera e spensierata mi sono incamminata per la mia via, direzione campagna, con l’intento anche di andare a salutare il contadino che settimanalmente mi rifornisce di verdura bio

E mentre camminavo ho fatto un sacco di riflessioni.

Che gli avvenimenti straordinari, tipo una nevicata abbondante, costringono tutti a rallentare il ritmo, a rivedere i propri programmi, a cancellare gli impegni, a prendersela un po’ più easy, a concentrarsi sulle cose che più piacciono, almeno per un giorno. Secondo me è utile sfruttare questi momenti, per ridefinire i proprio obiettivi, e cosa è importante veramente:

che la gente stamattina era sorridente e salutava: ecco mentre zompettavo amabilmente tra la neve fresca, tutta la gente fuori a spalare la neve, a disseppellire la macchina, al mio passaggio, allargava la bocca, mostrando i denti bianchi in un piacevole sorriso pieno di complicità e, con un cenno, salutava. Sicuramente tanti di loro erano downshifter occasionali;

che voglio vivere in campagna/montagna tutta la vita: stamattina sono stata il primo essere umano a mettere piede nella campagna più prossima al paese dopo la nevicata. La neve in faccia a paralizzare gli zigomi in un’espressione ebete, il bianco accecante, mi hanno fatto camminare ad occhi chiusi per un po’, concentrandomi sui miei passi e sul silenzio attorno. Nei cespugli circostanti, fagiani che vi avevano trovato rifugio, al mio passaggio se ne volavano via spaventati con un frastuono di ali e cinguettii,  e, a parte loro, tutt’ intorno la terra e il cielo a confondersi in un orizzonte bianco e grave, ancora carico di neve. Un’atmosfera chiara e densa allo stesso tempo che rendeva ovattati non solo i contorni delle cose, ma anche i miei pensieri e la mia percezione del mondo;

che, come ha detto il mio contadino di fiducia, la natura ha pianificato tutto: perchè nevicherà e gelerà, ma la neve proteggerà il frumento, che quando sgelerà sarà pronto per germogliare. Agronomia spicciola, ma pur sempre di grande effetto per una dilettante dell’orto come me;

che amo la neve follemente e che al più presto mi dovrò dotare di ciaspole;

che domani, mica lo so se ci torno a lavorare.

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Possono i nostri Comuni, con risorse economiche sempre più esigue e in una situazione di crisi come quella attuale, riuscire a risolvere ugualmente i problemi della popolazione, anche quando questi riguardano le questioni abitative e, in particolare,  dare una casa a chi non può permettersela? La risposta sembrerebbe essere una sola: NO, derivata dalla logica equazione NO SOLDI = NO SERVIZI. Ed invece una soluzione c’è, ma per trovarla bisogna essere amministratori illuminati, capaci di uscire dagli schemi soliti in cui l’unico capitale che si considera come risorsa è quello economico. Moltissimi Comuni infatti ignorano l’esistenza di un altro capitale, che potrebbe fruttare moltissimo, se solo si fosse capaci di vederlo e ci si ingegnasse su come utilizzarlo: il capitale sociale, ovvero l’insieme di reti di fiducia e relazioni mutali e solidali che esistono all’interno di una data comunità sociale. Questo capitale è fondamentale soprattutto in periodi di crisi come questo, quando Comuni, famiglie e singoli non riescono più a far quadrare i propri bilanci. Così può succedere che a causa di un licenziamento, il mancato rinnovo di un contratto di lavoro a tempo determinato, una spesa ingente imprevista o una separazione, più di una persona rimanga senza casa e si trovi in difficoltà a sostenere il costo di un affitto.

La soluzione a questo problema l’ha messa in atto il Comune di Trento, su suggerimento del proprio assistente sociale: l’iniziativa si chiama Casa Solidale e consiste nel far incontrare le persone in difficoltà con quanti vogliono mettere a disposizione gratuitamente uno spazio domestico per ospitare. Il progetto prevede una serie di requisiti indispensabili per chi desidera partecipare, come il desiderio di abitare insieme ad un’altra persona (non solo la necessità di condividere l’abitazione), la possibilità, per chi sta cercando alloggio, di contribuire alle spese di gestione  e di provvedere in modo autonomo alle proprie necessità e, ovviamente, l’assenza di problemi e situazioni personali che possano pregiudicare la possibilità di una convivenza serena.
Il Comune di Trento si occupa di ricevere le richieste di quanti cercano casa e di sviluppare i colloqui, per capire i motivi e le condizioni dei richiedenti (e capire anche se i loro problemi possano essere risolti con la coabitazione o necessitino piuttosto dei servizi sociali). Quando, in seguito a momenti di incontro, ospitante ed ospitato si conoscono e decidono di coabitare, viene stipulato un vero e proprio contratto con diritti e doveri di entrambi.

I risultati sono stati positivi: c’è chi, venendo ospitato per mesi, è riuscito a sistemare la propria situazione ed ora sta ospitando a sua volta; o chi, partecipando agli incontri per trovare casa, ha conosciuto altre persone nella sua stessa condizione ed insieme hanno deciso di coabitare per condividere le spese d’affitto.

E’ un’idea che sulle prime potrà spaventare,  perchè volenti o nolenti siamo cresciuti a suon di notizie e consigli che ci invitavano a diffidare sempre e comunque degli sconosciuti, figurarsi poi metterseli in casa… e addirittura gratis!! Un’idea folle? Non so voi, ma io ho come l’impressione che, anni di terrorismo mediatico nei confronti dell’altro, del diverso, abbiano segnato anche noi, facendo innalzare la soglia della diffidenza ben al di sopra di quanto richiederebbe il nostro istinto di sopravvivenza. A Trento questo progetto ha funzionato, chissà che qualche Comune virtuoso non sia tentato di vedere la crisi economica non solo come una sciagura ineluttabile, ma anche come foriera di opportunità che permettano di rimboccarsi le maniche e dare sfogo alla propria creatività, cambiando così sia il concetto di “servizio”, che quello di “valore”. E qualora quel comune aderisca a “Casa Solidale”, troverà chi sarà disposto ad aprire la porta di casa?

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La mia personale biblioteca si è arricchita, nel settore alimentazione, sottosezione speculazioni e riflessioni, di un’opera che mi sento di consigliare anche a chi, come me, ha già digerito Foer, Rifkin, Pollan e Altri.

Il saggio di Peter Singer (filosofo australiano già autore, tra gli altri, di Liberazione animale) e di Jim Mason (avvocato), intitolato Come Mangiamo: le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari, ha infatti il grande pregio di  affiancare all’analisi  dei comportamenti individuali e delle realtà economico-produttive che li influenzano/inducono un’approfondita ed altrettanto concreta riflessione sulle ripercussioni ambientali, sociali e morali che ne discendono.

Gli autori prendono a campione tre famiglie, le accompagnano a fare la spesa, le interrogano sulle loro abitudini e sulle motivazioni che le spingono a preferire un certo tipo di prodotto o di sistema produttivo/distributivo, traendo dall’analisi delle loro scelte di acquisto (più o meno consapevoli) lo spunto per approfondire tutte le principali tematiche legate al cibo ed al suo impatto sulla vita e sulla società.

Ovviamente le tre famiglie-cavia presentano caratteristiche molto diverse: si va da quella che, pur parzialmente consapevole del risvolto etico delle scelte alimentari, non è stata ancora in grado di modificare le proprie abitudini, a quella di vegetariani cultori del biologico, sino a quella che ha abbracciato la dieta vegana.

Nel descrivere questi tre percorsi gli autori risalgono la catena alimentare interrogandosi sulle molteplici  implicazioni etiche poste dalla produzione e/o dal consumo di ogni singolo prodotto entrato nel carrello.

Questo tipo di riflessione pare innescare una sorta di spirale di eticità, nella quale i comportamenti virtuosi si inseguono fin quasi al parossismo ed alla eliminazione, per esclusione, di ogni possibile fonte di approvvigionamento calorico-nutrizionale; al contempo, però,gli autori mostrano un approccio analitico e molto rigoroso, anche rimettendo in discussione presunti dogmi quali la preferenza per il kilometro zero (non solo a favore del commercio equo ma anche di coltivazioni in area climaticamente più adatte, nelle quali il bilancio energetico risulta comunque vantaggioso nonostante le lunghe distanze da percorrere per il trasporto).

Tuttavia, pur giudicando apertamente la propria filosofia alimentare vegana come l’unica vera e definitiva risposta etica, gli autori forniscono al lettore gli strumenti per compiere scelte consapevoli per intraprendere un percorso che, seppur difficile da portare a termine, si rivela prezioso anche nelle sue prime tappe.

Consiglio questo testo a chi già ha una approfondita conoscenza della materia (ed ha probabilmente già compiuto le conseguenti scelte di vita) per trarne gli argomenti necessari a persuadere altre persone.

Ma consiglio questo testo, soprattutto, a chi non ha ancora avuto il coraggio o la capacità di realizzare i propri buoni propositi.

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