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Archive for the ‘Cucina’ Category

In perfetta sintonia con il post precedente, osservando anche io i volatili che disperati si aggirano per le campagne o si riuniscono sugli alberi di fronte a casa, ferocemente cigolanti alla ricerca di cibo, ieri ho preparato dei piccoli ristori, da seminare in giro per i davanzali ed il balcone, nella speranza che gli uccellini della zona se ne servano. E’ vero infatti, che serve un po’ di tempo prima che le creaturine prendano confidenza con un posto e lo riconoscano come sicuro e affidabile.

Ecco qui la mia ricetta:
prendete dei frutti, anche marciulenti, che avete in casa (a me capita spesso di scordarmi di una mela o un mandarino che stanno andando a male), e tagliateli a metà, ponendoli su un vassoio. Trapassateli con degli stuzzicadenti più o meno lunghi, serviranno come base di appoggio per gli uccellini e per appendere il frutto.

Poi preparate un composto fatto di:
– semi di vario tipo (io avevo a disposizione sesamo, psillio, semi di girasole, semi di lino)
– un po’ di farina di mais
– bucce tritate di formaggio
– frutta disidratata (uvetta, mela, albicocca)
– burro o margarina o olio di semi
– miele o malto
Mescolate il tutto con le mani in modo che venga un composto bello appiccicoso. Cospargete di miele o di malto abbondanti la superficie del frutto e successivamente prendete piccole dosi del composto, attaccandolo sul frutto.
Prendete dello spago e annodatelo alle estremità degli stuzzicadenti, in modo che i piccoli ristori si possano appendere.

Nascondetevi bene dietro la finestra e aspettate che un passerotto o una cinciallegra facciano capolino alla ricerca di semi.

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Quando cerco ricette vegane o consigli sull’autoproduzione, uno dei siti che leggo è quello di Erbaviola: donna che sa il fatto suo e difende le sue idee con forza e intelligenza, grande dispensatrice di consigli non solo culinari. Ha pubblicato diversi libri, tra cui l’ultimo “Scappo dalla città”, che, come recita il sottotitolo, è un manuale pratico di downshifting (ancora non l’ ho letto). Ho scoperto da poco che è stata contattata dalla redazione di Geo&Geo, programma in onda su Rai Tre ( chi non lo conoscesse, può andare qui) e finora ha fatto interventi molto interessanti per chi si occupa o familiarizza o simpatizza con l’autoproduzione: come coltivare le patate e lo zenzero nei sacchi di tela, come fare un sapone da lavatrice (sia solido che liquido) partendo dalle saponette di marsiglia, come fare un’ottima maschera per capelli o una bevanda che aiuti a ripulire l’intestino partendo dai semi di lino. Se siete interessati trovate le puntate qui.

Buona visione e buona autoproduzione!

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Ho usato questa crema per farcire una crostata di compleanno.
La base della crostata era fatta con la ricetta postata qualche tempo fa: per la speciale occasione, invece di riempirla di abbondante e genuina marmellata fatta in casa, ho pensato di farcirla con questa golosa crema fatta senza latte (quindi ottima per chi ha intolleranze) e senza uova (consigliabile a quanti hanno probelmi di colesterolo).
Le dosi:
-500ml di latte di avena (o soya, o riso)
-60 gr di zucchero
-30 gr di farina
-15 gr di maizena (detta anche amido di mais)
-la scorza di mezzo limone

Preparazione:
Mettete il latte sul fuoco, mentre si scalda versatevi lo zucchero (io ho usato quello di canna del commercio equo: è molto scuro e la crema ha preso un colore ambrato) e in seguito la farina e l’amido a pioggia, mescolando ben bene e di continuo, perchè non si formino grumi. Aggiungete quindi le scorze di limone (attenzione: senza il bianco della buccia, sennò la crema diventa amarognola!) e continuate a mescolare. Dopo qualche minuto la crema inizierà ad addensarsi, continuare a mescolarla per fare in modo che non si formino grumi e che il composto si presenti liscio. Raggiunta la densità desiderata, toglietela dal fuoco, eliminate le scorze di limone e usatela come più vi piace! Potete guarnire una torta, dei bignè, dei pasticcini o dei cannoli . O semplicemente farla raffreddare e mangiarla al cucchiaio, e se vi vengono i sensi di colpa, scacciateli immediatamente: senza latte e senza uova, la crema è moooolto più leggera, dietetica e digeribile!

Gnam!

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In questi giorni sono a casa con la nonna e sto cercando di propinarle cibo vegano senza che se ne accorga! Oggi a pranzo, dato che è domenica, voleva fare i tortellini e di secondo una bella bistecca di non so che animale. Considerato che ci sono 37 gradi e un tasso di umidità attorno al 100% sono riuscita a cambiare i tortellini per un piatto di spaghetti conditi coi pomodorini freschi. Di secondo invece sono riuscita a convincerla a lasciarmi carta bianca, promettendole delle melanzane ripiene, senza specificare quale sarebbe stato il ripieno.
Risultato: la nonna ha detto di aver mangiato meglio che alla prova del cuoco e che le melanzane ripiene erano meglio di qualsiasi bistecca! Sono talmente felice di essere riuscita a far apprezzare alla tradizionalista nonna una ricetta vegana (in passato ci avevo provato ma non era andata sempre bene, questa è stata sicuramente la ricetta più apprezzata) che ve la scrivo. Magari la provate e convince anche voi.

Ingredienti:

  • 3 melanzane di quelle lunghe
  • 3 peperoni, uno verde, uno rosso, uno giallo
  • mezza cipolla
  • 2 spicchi d’aglio
  • un filo d’olio
  • fiocchi di soia (io ho usato quelli di Naturasì, in alternativa si può usare del tofu sbriciolato)
  • sale, pepe e spezie a piacere
  • salsa di pomodoro
  • un po’ di anarcardi e mandorle
  • pangrattato

Prendete le melanzane, tagliatene il picciolo e dividetele in due per la lunga. Ora scavatele per toglierne la polpa lasciando mezzo centimentro circa di spessore attorno alla buccia. Otterrete così delle “barchette”, che conterranno il ripieno. Mettete qualche grano di sale grosso sulle “barchette” e riponetele in un piatto fondo in modo che l’acqua che faranno possa scolare nel piatto. Tagliate la polpa delle melanzane e i peperoni a dadini. Affettate finemente la cipolla e l’aglio e soffriggete in padella con un filo di olio. Aggiungete le melanzane e i peperoni. Nel frattempo reidratate e cuocere i fiocchi di soia come indicato sulla confezione. Quelli che ho usato io vanno bolliti per 10 min e poi scolati e strizzati. La stessa ricetta si può fare con del tofu sbriciolato o grattugiato, come quando si fa il ragù il tofu.
Quando le melanzane e i peperoni saranno a metà cottura, più o meno, aggiungete la soia. A questo punto io ho messo le spezie: pepe, cumino e poco peperoncino, perchè a mia nonna non piace molto piccante. Di solito per insaporire il tofu o i fiocchi di soia servono molte spezie, in questo caso non necessariamente, perchè le melanzane e i peperoni sono molto saporiti.
Quando il ripieno è cotto si riempiono le melanzane. Successivamente su ogni metà melanzana ci si mette un cucchiaio di passata di pomodoro, a coprire il ripieno, e sopra la passata una spolverata di anacardi e mandorle tritati finemente e infine il pangrattato.
Si cuoce in forno a 180 gradi per 30-45 min.
Il risultato è molto buono anche per chi non è abituato ai sapori vegani. Penso che sia per i fiocchi di soia che ricordano un po’ la consistenza del macinato di carne. Chiamate nonna Elda se non ci credete!

Scusate ma non riesco a caricare foto, Ubuntu non me lo permette!

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Scrivo questo post per condividere con voi i miei pensieri e per chiedervi un parere.
Ques’estate sono andata in vacanza in Cile. Andavo a trovare Patricia, un’amica, ad Antofagasta, nel Norte Grande e da lì, dal Desierto de Atacama, il deserto più arido del mondo, ci saremmo spostate verso sud, fino alla piovosa isola di Chiloè, ai confini con la Patagonia. Saremmo state per lo più ospiti da suoi parenti e amici: a La serena, a Santiago e a Puerto Montt. Da questi punti sarebbero partite le nostre escursioni, cercando di limitare il più possibile i pernottamenti in ostelli e campeggi, chiaramente per risparmiare.
Prima di partire mi ero interrogata circa l’opportunità o meno di presentarmi ai parenti quale amica straniera vegetariana. Se per un verso l’idea di mangiare della carne mi disgustava, dall’altra parte non volevo offendere i miei ospiti nè tanto meno fare la figura della snob europea. Perchè, diciamocelo, essere vegetariani è una scelta da primo mondo, operata da chi ha cibo in abbondanza e può permettersi di scegliere. É una scelta che, a mio avviso, fa chi certi diritti li ha già conquistati e, sebbene in Italia alcuni diritti che sembravano scontati anni fa vengano ora rimessi in discussione, non possiamo negare una condizione sociale migliore di quella della maggior parte dei paesi del mondo.
Vegetarini in Cile non ce ne sono e la stessa guida Lonely Planet consiglia di oddurre come scusa a questa dieta alimentare un’allergia alla carne.
Il mio dilemma si divideva in due: i pasti in casa di parenti e amici e i pasti fuori casa. In questo secondo caso non mi sarei messa nessuno scrupolo a mentire sulle mie allergie alimentari, ma i problemi erano altri. Innanzitutto in Cile, come in molti paesi dell’America Latina, è difficilissimo trovare in bar e ristoranti pietanze vegetariane, a parte nelle località molto turistiche o nelle grandi città. I pochi ristoranti vegetariani sono però locali esclusivamente pensati e frequentati da stranieri, lontani quindi dal mio concetto di viaggiare e di conoscere un paese, una cultura, un modo di vivere. Nei puestos per la strada, l’alternativa cilena al fast food e quanto di più autentico ci possa essere, l’unico alimento vegetariano è l’empanada con queso, una specie di calzone al formaggio, che alla fine del viaggio mi è arrivata a nausea.
Prima di partire pensavo quindi che, quando avremmo mangiato fuori casa, avrei cercato di evitare il più possibile la carne, senza cercare locali appositamente vegetariani (nella maggior parte dei posti non li avrei neppure trovati) e senza rovinarmi lo stomaco e l’appetito per voler a tutti i costi evitare la carne.
In quanto ai pasti in casa di parenti e amici, ho preferito mangiare quanto mi veniva offerto, rendendo onore allo sforzo che avevano fatto per prepararmele. La proverbiale ospitalità cilena li portava il più delle volte a cucinare pietanze prelibate e care, che non appartenevano alla loro dieta quotidiana e davanti alle quali, pensando allo sforzo che avevano fatto per comprarne gli ingredienti, sarebbe risultato fuori luogo rifiutarsi di mangiarle per via di un incomprensibile vegetarianesimo.
Non so se la scelta che ho fatto è stata la migliore. Forse avrei potuto, con molto tatto, cercare di parlare loro del tema e cercare di sensibilizzarli. Se ci fossi riuscita avrei soltanto fatto loro del bene, considerato che la carne è più cara delle verdure e dei legumi e che molti cileni sono in sovrappeso a causa di una dieta squilibrata (ma in questo caso il discorso sarebbe molto più ampio). Soltanto con due ragazze ho parlato del tema: una cugina di Patricia e la sua compagna. Mi hanno ascoltato con attenzione e hanno riconosciuto che la loro alimentazione era scorretta. Ciò che mi ha più colpita della nostra chiacchierata è stato quando una delle due ha detto che per lei non mangiare carne equivale ad ammettere di essere poveri. Per questo ad ogni pasto è presente la carne in una qualche forma: per convincere gli altri e soprattutto se stessi che non si è poveri. In Europa non abbiamo questo tipo di complesso e, forse anche per questo, possiamo “permetterci” di essere vegetariani.

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Quali effetti ha sul nostro corpo il consumo di alimenti di origine animale? Quali malattie si possono sviluppare in seguito ad un alimentazione onnivora? Che correlazione c’è tra osteoporosi e consumo di latte? E tra il consumo di carne e problemi di erezione?

Qui trovate un video che risponde a queste e altre domande. Per avere un’idea generale sulle ricadute salutistiche delle  nostre scelte e abitudini alimentari

Buona visione.


					

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Autarchia/Utopia?

Carissimi,

è arrivata l’estate, che significa per qualcuno vacanze, per altri solo lavorare col caldo, per altri ancora significa confrontarsi con la produttività dell’orto, che come si sa, in questo periodo esplode in tutta la sua generosità.

Oggi ho fatto la conserva con le prime due cassette stracolme di pomodori: non so bene quantificarne il peso,  ma credo fossero intorno ai 15 kg l’una.
Ho lavorato dalle 11 di mattina alle 9 di sera – certo, non in maniera continuativa, ci sono tempi morti obbligati in questa trasformazione, come quello della bollitura dei pomodori, il tempo di scolo dall’acqua e di nuovo il tempo di bollitura delle bottiglie una volta riempite. Il risultato sono state circa una decina di bottiglie di conserva, di varie dimensioni… diciamo quindi meno di una decina di litri di prodotto.

La mia domanda di stasera è: ne è valsa la pena? Onestamente non lo so. Se le avessi dovute vendere e avessi chiesto, come certe biocooperative, 2€ al litro, ne avrei ricavato a malapena 20€. Certo, non lo si fa per il denaro, ma per la genuinità dei prodotti e via dicendo. Certo. Dall’altro lato mi dico: c’è già chi lo fa di mestiere, al posto mio, di fare dei prodotti genuini e biologici. E che di sicuro gode di un’economia di scala maggiore della mia.
Quanto mi sarebbe costato comprarli da loro? Avrei avuto comunque prodotti di qualità e mi sarei anche resa conto che li avrei pagati – piu’ o meno – il giusto prezzo.
E qualcuno contesterebbe: vuoi mettere la soddisfazione? Bah. Non mi pare un buon motivo.

Ho passato un’estate a fare marmellate, ed ora le conserve. Ma che valore effettivo do a questi prodotti? Voglio dire: mi approccio a loro con spirito “autarchico” – ovvero, cercando di utilizzarli il piu’ possibile, di strutturare menù e pasti intorno ai prodotti messi via durante l’estate, preferendoli ad altri più sfiziosi e più a buon mercato nei normali supermarket, ma meno genuini – oppure con un fare più radicalchic? Il fare di chi si sbatte per giornate a metter via melanzane, pomodori, pesto e fiori di malva, ma che si rende conto che poi, questo lavoro per tirarsi fuori dal mercato, ha un impatto molto limitato sulla propria economia, perchè si cade con molta nonchalance nel continuo acquisto di alimentari di cui si potrebbe fare a meno, solo per soddisfare un voglino, un desiderio generato magari da una frustrazione… e anche qualora non si tratti di questo, il confronto coi prezzi del mercato – anche quello bio – non regge la quantificazione dello sbattimento.

Di sicuro un briciolo di autarchia fa bene a tutti,  ci fa capire il valore delle cose, quanto tempo di voglia per far maturare uno zucchino, quanti insetti vogliano mangiarsi la tua melanzana, quanto sia difficile la scelta del biologico, soprattutto se intorno a te tutti usano insetticidi e il tuo piccolo oritcello è visto come un’oasi di cibo da afidi e cimici…
Ma al di là di questo, qual è il senso delle nostre autarchie, piccole o grandi che siano? Un vezzo o l’inizio di un cammino di indipendenza che, per essere davvero tale, non può fare a meno di ampliarsi ancora e ancora? O magari una terza risposta, che al momento non mi sovviene…

 

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