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Archive for the ‘Laboratorio’ Category

Oggi in provincia di Modena nevica. Tantissimo.
Posso dichiarare di essere una privilegiata: questa mattina vista la strada ricoperta da una coltre di neve, ho pensato che fosse troppo complicato prendere la macchina e raggiungere la stazione e aspettare un treno che chissà se sarebbe arrivato, per andare a lavorare. Ecco ho pensato che non valesse la pena rischiare slittamenti di gomme e scivoloni sul sale dato male, solo per andare a lavorare. Non che non ci abbia provato, mi sono anche svegliata molto presto. Forse sono una fannullona demotivata, forse avevo solo una gran voglia di godermi tutta ‘sta neve. E così mi ritrovo in questo downshifting un po’ forzato, un po’ voluto. Perchè a volte è un diritto sacrosanto prendersela con calma.

“Downshift” è un verbo molto bello che usano gli anglosassoni, difficile da tradurre in modo letterale in italiano. Il downshift è un vero e proprio stile di vita, che implica il fatto di rinunciare a tutta una serie di vicissitudini e, se vogliamo, anche soddisfazioni lavorative, ma che sono anche fonte di stress, per recuperare tempo per i propri interessi e il proprio benessere. Per farvi un esempio qui trovate il decalogo base di un aspirante downshifter. Nella pratica consiste nel rimetterci dal punto di vista economico e guadagnarci in relazioni e salute. Semplice da spiegare e da capire, difficile da applicare, perchè oramai siamo diventate delle bestie da soma telecomandate, e spesso ci definiamo in base a quanto possediamo, e quello che ci fa stare bene ce lo scordiamo. Ecco io oggi mi dichiaro una downshifter, chè almeno 8 punti su 10 del decalogo li ho soddisfatti.

Questa mattina, dopo il tentativo fallito di arrivare a Castelfranco, mi sono fermata infreddolita sulla soglia di casa, come per entrare. In verità alla vista di tutto quel biancore, ho pensato che sarebbe stato più saggio infilarsi i moon boot (adoro indossare quelle babbucce informi di gommapiuma) e godersi il piacere di una bella passeggiata mattutina.
Leggera e spensierata mi sono incamminata per la mia via, direzione campagna, con l’intento anche di andare a salutare il contadino che settimanalmente mi rifornisce di verdura bio

E mentre camminavo ho fatto un sacco di riflessioni.

Che gli avvenimenti straordinari, tipo una nevicata abbondante, costringono tutti a rallentare il ritmo, a rivedere i propri programmi, a cancellare gli impegni, a prendersela un po’ più easy, a concentrarsi sulle cose che più piacciono, almeno per un giorno. Secondo me è utile sfruttare questi momenti, per ridefinire i proprio obiettivi, e cosa è importante veramente:

che la gente stamattina era sorridente e salutava: ecco mentre zompettavo amabilmente tra la neve fresca, tutta la gente fuori a spalare la neve, a disseppellire la macchina, al mio passaggio, allargava la bocca, mostrando i denti bianchi in un piacevole sorriso pieno di complicità e, con un cenno, salutava. Sicuramente tanti di loro erano downshifter occasionali;

che voglio vivere in campagna/montagna tutta la vita: stamattina sono stata il primo essere umano a mettere piede nella campagna più prossima al paese dopo la nevicata. La neve in faccia a paralizzare gli zigomi in un’espressione ebete, il bianco accecante, mi hanno fatto camminare ad occhi chiusi per un po’, concentrandomi sui miei passi e sul silenzio attorno. Nei cespugli circostanti, fagiani che vi avevano trovato rifugio, al mio passaggio se ne volavano via spaventati con un frastuono di ali e cinguettii,  e, a parte loro, tutt’ intorno la terra e il cielo a confondersi in un orizzonte bianco e grave, ancora carico di neve. Un’atmosfera chiara e densa allo stesso tempo che rendeva ovattati non solo i contorni delle cose, ma anche i miei pensieri e la mia percezione del mondo;

che, come ha detto il mio contadino di fiducia, la natura ha pianificato tutto: perchè nevicherà e gelerà, ma la neve proteggerà il frumento, che quando sgelerà sarà pronto per germogliare. Agronomia spicciola, ma pur sempre di grande effetto per una dilettante dell’orto come me;

che amo la neve follemente e che al più presto mi dovrò dotare di ciaspole;

che domani, mica lo so se ci torno a lavorare.

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Quando cerco ricette vegane o consigli sull’autoproduzione, uno dei siti che leggo è quello di Erbaviola: donna che sa il fatto suo e difende le sue idee con forza e intelligenza, grande dispensatrice di consigli non solo culinari. Ha pubblicato diversi libri, tra cui l’ultimo “Scappo dalla città”, che, come recita il sottotitolo, è un manuale pratico di downshifting (ancora non l’ ho letto). Ho scoperto da poco che è stata contattata dalla redazione di Geo&Geo, programma in onda su Rai Tre ( chi non lo conoscesse, può andare qui) e finora ha fatto interventi molto interessanti per chi si occupa o familiarizza o simpatizza con l’autoproduzione: come coltivare le patate e lo zenzero nei sacchi di tela, come fare un sapone da lavatrice (sia solido che liquido) partendo dalle saponette di marsiglia, come fare un’ottima maschera per capelli o una bevanda che aiuti a ripulire l’intestino partendo dai semi di lino. Se siete interessati trovate le puntate qui.

Buona visione e buona autoproduzione!

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LowCostDesign

Low Cost Design è un archivio, un libro, un progetto.
Low Cost Design è stato un incontro all’interno del Festival d’Internazionale a Ferrara.
Daniele Pario Perra è professore all’Università di Rotterdam, ex artista contemporaneo ora si definisce artista relazionale. Non è una cosa astratta come sembra, il delirio mentale e filosofico di un radicalchic fuori dalla realtà. Tutt’altro.
Il progetto si muove tra la definizione “Design is everywhere – ovvero la necessità è sempre madre dell’invenzione” e il concetto munariano “si può sempre fare in un altro modo”.
L’autore del libro, all’incontro, parla contemporaneamente di arte, educazione e riuso.
Uno sguardo sul mondo reale, un viaggio tra il nord Europa e il sud del Mediterraneo per vedere come creatività e riuso siano pratica quotidiana. Per farci capire che siamo troppo abituati a spendere soldi per comprare oggetti costruiti ad hoc per ogni minima esigenza quotidiana quando, con un minimo di sforzo mentale, potremmo riutilizzare ciò che quasi automaticamente gettiamo in un cassonetto in attesa che, nel migliore dei casi, venga riciclato.
Il libro, di per sè, è organizzato in diverse categorie di progettazione ed è importante spunto di ideazione.
Artisticamente ricorda l’object trouvé duchampiano, umanamente è l’abitudine ormani perduta di non gettare nulla che può essere ancora utile.
Uscire dallo schema. Trovare un ruolo alle cose. Pensare in prima persona. Non lasciare che siano altri a decidere quale scopo deve avere un determinato oggetto impacchettandolo, etichettandolo e spedendolo direttamente al nostro “supermercato di fiducia”.
Così una persiana diventa portariviste, una caffettiera è un ferro da stiro e viceversa, un tubo idraulico un bidone dell’immondizia, un supporto per cavi elettrici un tavolo.
Con un minimo di fantasia, necessità e coscienza critica.

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Il 2 settembre il nostro eroe Curru (leggi Alessandro Canella) scriveva:

“Cari amici, ma soprattutto care amiche,

nella mia condizione di mosca bianca (meglio rossa), mi rincuora sapere che esistete e che, come me, provate una forte repulsione per questo sistema socio-economico. Mi rincuora anche sapere che stiamo cercando, ognuno per proprio conto, di adottare pratiche e stili di vita diversi da quello dominante e che, se vogliamo proprio usare una definizione, possono ascriversi alla decrescita, alla transizione, all’autosufficienza.

Non so se i percorsi di ciascuno di noi viaggeranno di pari passo, se si incroceranno e avranno destini comuni. Non so se creeremo un ecovillaggio o una comune in cui si praticherà il sesso libero o se finiremo a fare i banchieri e voteremo Udc o Pd (che tanto è uguale).
Come ho già detto a qualcuno di voi, mi piacerebbe tanto creare occasioni di confronto e di discussione su questi temi e cercherò di farlo. Nel frattempo però (ecco il motivo di questa mail) vi voglio fare una proposta.

L’idea che mi è venuta è di creare un blog comunitario e collettivo (sì, come la scrittura collettiva di Wu Ming… “bella vecchio, mio cugino conosce uno dei Wu Ming ma non si ricorda il numero!”), in cui ciascuno di noi descriva le proprie esperienze di decrescita. Metodi di conservazione dei cibi, tecniche di realizzazione di oggetti/vestiti, ricette biologiche, itinerari per turismo responsabile, creazione di vibratori artigianali, autoerotismo senza bistecche nel termosifone, cazzi e mazzi…
Io me l’immaginavo come un blog molto pratico diversi motivi che vi vado ad elencare:
1- si fa un gran parlare di queste cose, ma la maggior parte delle persone non sa fare un cazzo. Penso che sia più facile persuadere una persona dimostrandole che si può fare da sola la marmellata, piuttosto che con pistolotti eterni sul prodotto interno lordo, ecc…
2- il mondo è brutto e fa schifo, Berlusconi è al governo, l’Italia non ha vinto i mondiali e Giovanni Rana infanga il nome della cucina emiliana. Son cose che ciascuno di noi sa, convinzioni che abbiamo con diverse sfumature e che forse è il caso di confrontare di persona. In altre parole non mi piace l’idea di un blog-sfogatoio, ma preferisco quella di un blog propositivo.
3- uno spazio virtuale offre il vantaggio di bypassare i casini, gli impegni, il poco tempo di ciascuno di noi. In questo modo non devo aspettare il prossimo corso di cucito tantrico se me lo sono perso perchè ero al lavoro. Inoltre quegli stessi contenuti possono essere fruiti da gente che si vuole avvicinare a questo mondo ma non sa da dove cominciare.
4- se la cosa funziona potrebbe diventare un interessante esperimento.

Ancora poche righe e ho finito.
Se l’idea vi piace potremmo aprire un blog su una piattaforma che consenta l’inserimento di notizie da diversi utenti, in modo che se vengo folgorato da una ricetta di zucca della Mari io possa chiedere a lei maggiori informazioni senza rompere i coglioni a Mattia che non sa nemmeno come è fatta una zucca.
Che ne dite?

Vi voglio bene.
Curru

Questa è stata la scintilla iniziale alla quale hanno seguito Millemila Mail e una riunione mooolto fruttuosa che vi riassumo in poche righe:

  • tutti parlavano di tutto contemporaneamente
  • tutti erano daccordo su tutto
  • nessuno era daccordo con nessuno

Alla fine è uscito che il blog si sarebbe chiamato Pastamadre, ma quando abbiamo verificato chi avesse proposto il nome nessuno si è fatto avanti… mah!

non è ben chiaro che cosa scriveremo ma sicuramente lo scriveremo seguendo questi criteri:

non chiedete cosa significhi il criterio “asparagi” perchè neanche noi lo sappiamo.

tante altre cose sono state dette, ma leggendo il blog ci faremo un idea di cosa diventerà questo spazio.

per ora è tutto

Federico

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