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Archive for the ‘Libreria’ Category

La mia personale biblioteca si è arricchita, nel settore alimentazione, sottosezione speculazioni e riflessioni, di un’opera che mi sento di consigliare anche a chi, come me, ha già digerito Foer, Rifkin, Pollan e Altri.

Il saggio di Peter Singer (filosofo australiano già autore, tra gli altri, di Liberazione animale) e di Jim Mason (avvocato), intitolato Come Mangiamo: le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari, ha infatti il grande pregio di  affiancare all’analisi  dei comportamenti individuali e delle realtà economico-produttive che li influenzano/inducono un’approfondita ed altrettanto concreta riflessione sulle ripercussioni ambientali, sociali e morali che ne discendono.

Gli autori prendono a campione tre famiglie, le accompagnano a fare la spesa, le interrogano sulle loro abitudini e sulle motivazioni che le spingono a preferire un certo tipo di prodotto o di sistema produttivo/distributivo, traendo dall’analisi delle loro scelte di acquisto (più o meno consapevoli) lo spunto per approfondire tutte le principali tematiche legate al cibo ed al suo impatto sulla vita e sulla società.

Ovviamente le tre famiglie-cavia presentano caratteristiche molto diverse: si va da quella che, pur parzialmente consapevole del risvolto etico delle scelte alimentari, non è stata ancora in grado di modificare le proprie abitudini, a quella di vegetariani cultori del biologico, sino a quella che ha abbracciato la dieta vegana.

Nel descrivere questi tre percorsi gli autori risalgono la catena alimentare interrogandosi sulle molteplici  implicazioni etiche poste dalla produzione e/o dal consumo di ogni singolo prodotto entrato nel carrello.

Questo tipo di riflessione pare innescare una sorta di spirale di eticità, nella quale i comportamenti virtuosi si inseguono fin quasi al parossismo ed alla eliminazione, per esclusione, di ogni possibile fonte di approvvigionamento calorico-nutrizionale; al contempo, però,gli autori mostrano un approccio analitico e molto rigoroso, anche rimettendo in discussione presunti dogmi quali la preferenza per il kilometro zero (non solo a favore del commercio equo ma anche di coltivazioni in area climaticamente più adatte, nelle quali il bilancio energetico risulta comunque vantaggioso nonostante le lunghe distanze da percorrere per il trasporto).

Tuttavia, pur giudicando apertamente la propria filosofia alimentare vegana come l’unica vera e definitiva risposta etica, gli autori forniscono al lettore gli strumenti per compiere scelte consapevoli per intraprendere un percorso che, seppur difficile da portare a termine, si rivela prezioso anche nelle sue prime tappe.

Consiglio questo testo a chi già ha una approfondita conoscenza della materia (ed ha probabilmente già compiuto le conseguenti scelte di vita) per trarne gli argomenti necessari a persuadere altre persone.

Ma consiglio questo testo, soprattutto, a chi non ha ancora avuto il coraggio o la capacità di realizzare i propri buoni propositi.

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“Mettiamo che un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti petrolio, carbone ed energia elettrica“.

È da questo scenario apocalittico che prende le mosse “La fine del mondo storto“, il romanzo di Mauro Corona, edito da Bruno Mondadori.
Il celebre boscaiolo, scultore e alpinista si proietta in un futuro non troppo lontano, un futuro in cui è già stato superato il picco del petrolio e i carburanti di origine fossile sono esauriti.
Lo scrittore, allora, immagina quello che potrebbe succedere, dal momento che la vita e l’economia del mondo si reggono interamente sullo sfruttamento di quelle risorse. Dal riscaldamento ai trasporti, dalla produzione alimentare alle attività industriali, oggi sembra scontato e naturale che tutto debba funzionare solo grazie a fonti energetiche non rinnovabili.
Corona fa coincidere l’esaurimento di queste fonti con la stagione invernale e questo scatena il cataclisma.
Trovatasi senza riscaldamento e senza scorte alimentari, la popolazione mondiale comincia a morire e nel giro di pochi mesi l’umanità si decima. Salta l’ordine costituito, saltano governi, leggi e regolamenti. Quel che resta è solo la lotta per la sopravvivenza ad una sciagura che, sottolinea l’autore, non è una punizione divina, ma il frutto dell’imbecillità umana.

A causa di questa decrescita forzata e per nulla felice, l’essere umano inizia a comprendere quali sono stati i suoi errori, come sia stato stupido rincorrere solo la tecnologia dimenticandosi della natura, quanto il sapere filosofico, culturale e artistico non siano affatto più importanti e nobili della manualità e delle conoscenze agricole.
Questa riflessione coatta, questa revisione radicale e necessaria degli stili di vita e del modello sociale, “aiutate” dall’immane tragedia, finiscono per creare una società migliore, a tratti ideale. Una società anarchica, autoregolamentata e cooperativa, in cui la miseria ha cancellato le ingiustizie e le diseguaglianze e tutti si battono per un obiettivo comune.
Così l’uomo torna ad imparare antichi mestieri che nella società opulenta guardava sprezzante. Si torna a coltivare la terra, anche il più piccolo fazzoletto di terra presente nelle città, si torna ad allevare gli animali e a costruire oggetti davvero utili alla sopravvivenza.
Corona sottolinea come questa “via di fuga” sia possibile solo grazie alla resistenza di contadini, allevatori e artigiani di montagna e di campagna, che hanno preservato conoscenze e capacità nonostante la ghettizzazione delle città, troppo indaffarate a “svilupparsi” e ad inseguire il lusso e mille futilità.

Così la primavera e l’estate di una nuova umanità sembrano aver cambiato e pulito il mondo, ma sul finale l’autore mostra una visione pesantemente pessimistica, legata all’indole dell’essere umano. Questi, infatti, appena ha l’occasione di accumulare un po’ di ricchezza in più rispetto al vicino, farà di tutto per esercitare il proprio potere e, quindi, gettare le basi per la nascita di un nuovo mondo storto.

La lettura del romanzo scorre veloce e appassionata e, anche se lo stile di scrittura è semplice e a tratti rozzo, la forza di interesse suscitata dalla storia porta a divorare le 160 pagine del libro in poche ore.
Il romanzo, inoltre, offre molti spunti di riflessione anche a chi non mastica quotidianamente questi temi e, nel corso della narrazione, l’autore coglie l’occasione per sottolineare i difetti di diverse figure, politici, giornalisti, critici letterari e vegetariani. Corona si spinge anche nella pericolosa apologia di figure come i bracconieri che stonano un po’ nel contesto, ma che raccontano molto della vita dell’autore.

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Propongo a tutti voi, cari coblogger(isti) questa lettura interessate (“Pane e Bugie, la verità su ciò che mangiamo: i pregiudizi, gli interessi, i miti, le paure” di Dario Bressanini, Edizioni Chiarettere) che, come si evince dal titolo del post(er) costituisce un valido e credo necessario antidoto. A cosa? Beh, direi al rischio di perdere la bussola dell’obbiettività, compiendo scelte che più che ideologiche si dimostrano irrazionali e prive non solo di fondamento, ma anche di una reale utilità allo scopo che si vorrebbe perseguire.

Il pregio dell’autore (un giornalista scientifico preparato ed ottimo divulgatore) è innanzi tutto quello di proporre ed utilizzare, in ogni tema affrontato (spesso come argomento campione) un approccio scientifico e critico (nel senso assai migliore del termine). Invece che rincorrere luoghi comuni e girare il coltello nella piaga dei nostri pregiudizi (soccia che bella immagine), Bressanini mette in discussione ogni dato assodato per verificarlo alla luce delle evidenze acquisite dalla comunità scientifica, finendo così per rivelarci (per esempio a proposito di OGM) che la fragola/pesce non è mai esistita oppure (ma ce ne sono tante, di apparenti verità curiosamente sovvertite) che non è assolutamente vero che lo zucchero di canna sia più salutare di quello bianco.

Vorrei citarvi, per illustrare ancor meglio l’approccio e il tono del libro, un brano sempre in materia di OGM: “a mio parere non ha senso schierarsi per partito preso a favore o contro gli OGM. Sarebbe come dire: “i funghi fanno male” oppure “i funghi sono buoni”. Ma vogliamo distinguere tra i porcini e le amanite? Spesso le prese di posizioni più drastiche derivano da una convinzione di fondo, purtroppo molto diffusa, secondo cui ciò che è “naturale” è buono mentre ciò che è “creato” o modificato dall’uomo è cattivo. E’ la filosofia della “natura benigna” fondata sull’idea (sbagliata) che si possa distinguere chiaramente ciò che è naturale da ciò che è artificiale […] pur con le dovute proporzioni è lo stesso meccanismo psicologico che compare nel dibattito sull’aborto o sulle cellule staminali embrionali: indipendentemente da cosa dice la scienza, è ciò che pensiamo dell’embrione ad influenzare la nostra scelta di campo” (pag. 37 e ss.).

Va beh, poi il resto ve lo leggete e, chiaramente, se volete ve lo presto. Se poi volete un approccio più easy(reader) vi consiglio il blog curato da questo stesso autore: cercate su google: “la scienza in cucina”.

Per concludere e stuzzicare ancora un altro poco la vostra curiosità, segnalo due interessanti capitoli: sui sorprendenti (?) risultati delle comparazione dei valori nutrizionali tra cibo biologico e cibo (diciamo così) tradizionale e sulla effettiva efficacia della filosofia del km zero.

PS: Intendiamoci, non dico che alcune delle argomentazioni usate dall’autore non siano confutabili, magari tirando in ballo anche altri punti di vista (per esempio, manca ogni tanto, in questo saggio, una adeguata valorizzazione dell’aspetto ambientale), però aiuta a ragionare su quanto sia importante riflettere ed analizzare le proprie scelte per andare oltre l’emotività.

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Si sono svolte (come anticipavo qui) le Giornate Europee contro lo Spreco.
Nell’evento italiano (e in particolare bolognese) è stato illustrato anche il “Libro Nero sullo spreco agroalimentare in Italia“, scritto e curato da Andrea Segrè e Luca Falasconi, rispettivamente preside e ricercatore della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna ed inventori del Last Minute Market.
I dati, come era facile prevedere, sono impressionanti. Cerco di sintetizzarveli.

7.775.586 sono le tonnellate di frutta e verdura che vengono buttate in un anno solo in Italia. Una quantità che sfamerebbe una nazione grande come la Spagna o la stessa Italia e che invece alimenta solo i cassonetti dei rifiuti, prima, e gli inceneritori che anneriscono i nostri polmoni, poi.
Parte di questi prodotti rimane nei campi, perché non è conveniente raccoglierla. Parte viene scartata dall’industria, perché se una pera è grande solo dieci centimetri o una patata ha l’insopportabile peso di un chilo e mezzo non sono adatte al mercato.
Un’altra parte viene sprecata dal supermercato, perché magari nel tragitto la confezione del prodotto si è un po’ ammaccata o perché mancano pochi giorni alla scadenza ufficiale, o ancora perché la buccia di quel frutto ha delle macchioline dovute alla grandine.
Poi ci siamo noi consumatori. E’ stato calcolato che sono poco più di 500 euro di spesa all’anno che ogni famiglia butta nel cestino dei rifiuti.

In termini percentuali è possibile fare una hit parade dei prodotti più sprecati.
Al settimo posto troviamo i surgelati, di cui un 2% viene buttato.
Al sesto posto lo scatolame, di cui viene sprecato il 3%.
In quinta posizione la cosiddetta quarta gamma, ovvero insalate e verdure imbustate: il 6% va inesorabilmente in malora.
Il 10% degli affettati finisce nel cassonetto. E questo era il quarto posto.
Al terzo troviamo frutta e verdura sfuse, di cui si spreca il 17%.
Il secondo posto è occupato dal pane al 20%.
In cima alla classifica troviamo i prodotti freschi come latte, uova, carne, mozzarelle, yogurt. Il 40% di questi prodotti non finirà mai nel nostro intestino.

Ora un po’ di dati positivi.
La sola Coop Adriatica, nel 2009, grazie al Last Minute Market, ha sfamato 4000 persone.
E’ stato calcolato che con i soli 52 progetti attivati dal Last Minute Market si possono sfamare più di 30.000 persone.

Nel corso dell’iniziativa bolognese, inoltre, è stato offerto un pranzo realizzato solo con i prodotti di scarto. Qualche redattore di questo blog ha partecipato e potrebbe dirci com’era.

Per ascoltare l’intervista che ho realizzato a Luca Falasconi, curatore del libro nero, andate qui.

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Quando parliamo di mercato globale, noi lo intendiamo in senso geografico e non abbiamo sufficientemente considerato che l’espressione potrebbe non essere riferita solo alla dimensione spaziale.
Nell’era post-industriale in cui viviamo il mercato ha investito tutti i settori della vita, anche quelli che solo qualche decennio fa consideravamo esclusi da queste dinamiche, in quanto ritenuti di primaria importanza per la vita stessa.
Oggi, invece, beni fondamentali come l’acqua sono considerati merci e anche aspetti come la salute diventano strumenti per fare profitto.
È quanto emerge dal libro-denuncia “Malati di Farmaci“, inserito nella collana “Edizioni per la Decrescita Felice” e scritto da Mauro Di Leo, medico internista al Policlinico Gemelli di Roma.

Di Leo analizza in modo lucido e approfondito tutte le storture nate quando, di fatto, la salute è diventata una delle tante fette del mercato.
Ne emerge un quadro a dir poco allarmante, in cui le industrie farmaceutiche giocano un ruolo decisivo.
In modo preciso Di Leo descrive come il farmaco sia stato trasformato in una merce di largo consumo e segua le più becere strategie di marketing per essere venduto.
Invenzione di nuove malattie, abbassamento della soglia di rischio, ricerche scientifiche pilotate e falsificate sono solo alcuni tasselli di questo sistema diabolico in cui anche i medici di base e i pazienti hanno la propria parte di responsabilità.

Il libro di Di Leo, però, non è solo un’invettiva fine a se stessa, nè tantomeno contiene ingenue proposte alternative alla medicina tradizionale. Si configura piuttosto come una guida dettagliata che fornisce strumenti di conoscenza utili per un approccio consapevole e critico ai farmaci.
Conoscendo le dinamiche di questo universo, il funzionamento chimico di ciascun medicinale e il reale bisogno di trattamenti farmaceutici di ciascuno di noi, infatti, si può contribuire a riportare alla dimensione di “scienza” cio che oggi, sempre secondo Di Leo, è stato trasformato in “religione” e, nel proprio quotidiano, contribuire a sottrarre la salute alle grinfie del mercato.

Ascolta qui l’intervista a Mauro Di Leo.

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Il 2 settembre il nostro eroe Curru (leggi Alessandro Canella) scriveva:

“Cari amici, ma soprattutto care amiche,

nella mia condizione di mosca bianca (meglio rossa), mi rincuora sapere che esistete e che, come me, provate una forte repulsione per questo sistema socio-economico. Mi rincuora anche sapere che stiamo cercando, ognuno per proprio conto, di adottare pratiche e stili di vita diversi da quello dominante e che, se vogliamo proprio usare una definizione, possono ascriversi alla decrescita, alla transizione, all’autosufficienza.

Non so se i percorsi di ciascuno di noi viaggeranno di pari passo, se si incroceranno e avranno destini comuni. Non so se creeremo un ecovillaggio o una comune in cui si praticherà il sesso libero o se finiremo a fare i banchieri e voteremo Udc o Pd (che tanto è uguale).
Come ho già detto a qualcuno di voi, mi piacerebbe tanto creare occasioni di confronto e di discussione su questi temi e cercherò di farlo. Nel frattempo però (ecco il motivo di questa mail) vi voglio fare una proposta.

L’idea che mi è venuta è di creare un blog comunitario e collettivo (sì, come la scrittura collettiva di Wu Ming… “bella vecchio, mio cugino conosce uno dei Wu Ming ma non si ricorda il numero!”), in cui ciascuno di noi descriva le proprie esperienze di decrescita. Metodi di conservazione dei cibi, tecniche di realizzazione di oggetti/vestiti, ricette biologiche, itinerari per turismo responsabile, creazione di vibratori artigianali, autoerotismo senza bistecche nel termosifone, cazzi e mazzi…
Io me l’immaginavo come un blog molto pratico diversi motivi che vi vado ad elencare:
1- si fa un gran parlare di queste cose, ma la maggior parte delle persone non sa fare un cazzo. Penso che sia più facile persuadere una persona dimostrandole che si può fare da sola la marmellata, piuttosto che con pistolotti eterni sul prodotto interno lordo, ecc…
2- il mondo è brutto e fa schifo, Berlusconi è al governo, l’Italia non ha vinto i mondiali e Giovanni Rana infanga il nome della cucina emiliana. Son cose che ciascuno di noi sa, convinzioni che abbiamo con diverse sfumature e che forse è il caso di confrontare di persona. In altre parole non mi piace l’idea di un blog-sfogatoio, ma preferisco quella di un blog propositivo.
3- uno spazio virtuale offre il vantaggio di bypassare i casini, gli impegni, il poco tempo di ciascuno di noi. In questo modo non devo aspettare il prossimo corso di cucito tantrico se me lo sono perso perchè ero al lavoro. Inoltre quegli stessi contenuti possono essere fruiti da gente che si vuole avvicinare a questo mondo ma non sa da dove cominciare.
4- se la cosa funziona potrebbe diventare un interessante esperimento.

Ancora poche righe e ho finito.
Se l’idea vi piace potremmo aprire un blog su una piattaforma che consenta l’inserimento di notizie da diversi utenti, in modo che se vengo folgorato da una ricetta di zucca della Mari io possa chiedere a lei maggiori informazioni senza rompere i coglioni a Mattia che non sa nemmeno come è fatta una zucca.
Che ne dite?

Vi voglio bene.
Curru

Questa è stata la scintilla iniziale alla quale hanno seguito Millemila Mail e una riunione mooolto fruttuosa che vi riassumo in poche righe:

  • tutti parlavano di tutto contemporaneamente
  • tutti erano daccordo su tutto
  • nessuno era daccordo con nessuno

Alla fine è uscito che il blog si sarebbe chiamato Pastamadre, ma quando abbiamo verificato chi avesse proposto il nome nessuno si è fatto avanti… mah!

non è ben chiaro che cosa scriveremo ma sicuramente lo scriveremo seguendo questi criteri:

non chiedete cosa significhi il criterio “asparagi” perchè neanche noi lo sappiamo.

tante altre cose sono state dette, ma leggendo il blog ci faremo un idea di cosa diventerà questo spazio.

per ora è tutto

Federico

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