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Archive for the ‘Orto’ Category

L’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna ha approvato all’unanimità una risoluzione che ferma la vendita delle aree agricole demaniali, consentita da uno degli ultimi atti del governo Berlusconi.
L’iniziativa viene dal gruppo Sel-Verdi e in particolare dai consiglieri Gabriella Meo e Gianguido Naldi e, oltre allo stop alla vendita, indica nei giovani gli assegnatari, attraverso contratti di locazione o comodato, dei terreni incolti di proprietà pubblica.

“Non ci piaceva l’idea di vendere terreni agricoli che appartengono a tutta la comunità – spiega la consigliera Meo – e in seguito anche a numerose manifestazioni di interesse di giovani, abbiamo pensato che potesse essere un’iniziativa importante”.
Lo scopo, dunque, è duplice: da un lato garantire una cura e una tutela del territorio che scongiuri il dissesto idrogeologico delle aree collinari e montane, dall’altro lato incentivare il ritorno alla terra dei giovani.

Quest’ultimo aspetto è infatti uno dei più critici. “Viviamo in un territorio – osserva Meo – che per la sua fertilità vede costi della terra molto elevati. Al contempo nel Paese le aziende agricole sono diminuite di un terzo e l’agricoltura sta assumendo forme estensive che penalizzano i piccoli produttori, attenti alla qualità e alla biodiversità.
Dunque spazio ai giovani, attraverso un regolamento che sarà scritto nei prossimi giorni e che vedrà così assegnare a loro terreni spesso incolti del demanio.
Prima, però, sarà opportuno effettuare un censimento dei terreni stessi, strumento non ancora a disposizione degli amministratori.

Qui trovi l’intervista alla consigliera regionale Gabriella Meo.

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Cari tutti e care tutte,

domenica 15 gennaio dalle 18 in poi in piazza Indipendenza a San Giorgio di Piano (BO), presso l’edificio di fianco alla Biblioteca Comunale ci sarà l’ APERIBIOTICO – l’aperitivo biologico che vi farà passare i malanni di stagione, organizzato dall’associazione Fermenti, un’iniziativa che vi offrirà non solo cibo e vino biologico, ma anche due momenti assolutamente da non perdere.
Il primo è alle 18.30 con la proiezione del documentario “Genuino Clandestino“:

Decine di coltivatori, allevatori, pastori e artigiani si uniscono nell’attacco alle logiche economiche e alle regole di mercato cucite sull’agroindustria, per difendere la libera lavorazione dei prodotti, l’agricoltura contadina, l’immenso patrimonio di saperi e sapori della terra.
Da questa rete nasce la campagna “Genuino Clandestino”, con donne e uomini da ogni parte d’Italia che si autorganizzano in nuove forme di resistenza contadina.
Mentre la burocrazia bandisce dal mercato migliaia di piccoli produttori, il consumatore continua a subire, spesso inconsapevolmente, modelli di produzione del tutto inadeguati a garantire genuinità ed affidabilità dei cibi.
Attraverso il lavoro, le situazioni e le voci dei contadini “clandestini”, insu^tv racconta questa campagna, semplice nel suo messaggio, ma determinata nelle sue forme, insieme alle implicazioni in materia di democrazia del cibo, sviluppo economico, salvaguardia dell’ambiente e accesso alla terra”

(qui il trailer http://vimeo.com/34322825)”

Non lasciatevi sfuggire la possibilità di vedere questo documentario autoprodotto e davvero ben fatto, che non troverete nei canali della grande e media distribuzione!

A seguire ci sarà il concerto dell’ Orchestra Rosichiño, che accompagnerà le nostre degustazioni al ritmo dello spaghetti samba.

Vi aspettiamo!

 

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Quando cerco ricette vegane o consigli sull’autoproduzione, uno dei siti che leggo è quello di Erbaviola: donna che sa il fatto suo e difende le sue idee con forza e intelligenza, grande dispensatrice di consigli non solo culinari. Ha pubblicato diversi libri, tra cui l’ultimo “Scappo dalla città”, che, come recita il sottotitolo, è un manuale pratico di downshifting (ancora non l’ ho letto). Ho scoperto da poco che è stata contattata dalla redazione di Geo&Geo, programma in onda su Rai Tre ( chi non lo conoscesse, può andare qui) e finora ha fatto interventi molto interessanti per chi si occupa o familiarizza o simpatizza con l’autoproduzione: come coltivare le patate e lo zenzero nei sacchi di tela, come fare un sapone da lavatrice (sia solido che liquido) partendo dalle saponette di marsiglia, come fare un’ottima maschera per capelli o una bevanda che aiuti a ripulire l’intestino partendo dai semi di lino. Se siete interessati trovate le puntate qui.

Buona visione e buona autoproduzione!

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Mi riallaccio a qualche post fa e all’utilità o meno dell’autoproduzione casalinga. Quest’anno, essendomi insediata in una nuova casa con un bel balcone, mi sono lasciata prendere da sogni di autarchia totale e definitiva ed ho inziato ad organizzarmi per allestire un orto in balcone.

La spesa per me è stata minima: un contadino vicino a casa aveva delle fantastiche vecchie cassette per la frutta, di legno e robustissime, che avrebbe buttato via  a breve, mio padre mi ha costruito dei sottovasi assemblando pezzi di plastica, che fossero della grandezza delle cassette, ho comprato qualche sacco di terra, un po’ di argilla espansa e semi a volontà.

Ho iniziato a seminare a Marzo – Aprile dentro a scatoline di plastica per alimenti e contenitori per le uova riciclati, e devo dire che mi son lasciata prendere la mano, seminando qualsiasi seme mi capitasse tra le mani: non solo pomodori e zucchine, ma anche girasoli nani, alchechengi, timo, lavanda, senape, rucola, piante grasse mix, semi di frutti buoni e biologici che avevo mangiato, come limone e arancio, glicine. A dire il vero quelli che sono non solo spuntati, ma anche sopravvissuti, sono stati pochi. Ma da vera catastrofe con le piante devo dire di aver provato puro piacere nel vedere i germogli più tenaci tenere duro e continuare a produrre foglie e poi fiori e frutti, nonostante li avessi posizionati in un posto sbagliato per la luce, o mi scordassi di concimarli, o mi sbagliassi ad innaffiarli.


La primavera in sè è fantastica: molte piante sono cresciute con una potenza e una velocità inimmaginabili, trasformando il mio balcone in un’oasi lussureggiante, poi, piano piano, sono arrivati i fiori.

Ho scoperto i pomodori essere infestanti (ho trovato piantine del suddetto frutto in ogni altro vaso!), le zucchine crescere ed allargarsi molto velocemente, stessa cosa per girasoli, alchechengi, rucola. Mentre le piante aromatiche, troppo timide per crescere, sono state rimpiazzate da alcune piantine di menta, salvia, rosmarino, comprate già grandi.

Sebbene sul balcone ci sia meno spazio e molte piante non si possano coltivare per mancanza di terreno in profondità, ho notato che in balcone alcune piante sono molto meno attaccabili dai parassiti. Le piante di pomodoro ad esempio sono arrivate incolumi fino a settembre senza essere state infestate da alcun insetto e senza che dovessi intervenire. Per le zucchine invece, ho fatto l’errore di coltivarne troppe in uno spazio troppo piccolo. In tutta l’estate 6 piante hanno partorito a fatica uno zucchino enorme, ma anche una quantità infinita di fiori, che, friggendoli, mi hanno sfamata a più riprese. Sono state attaccate dagli afidi, golosi del nettare dei germogli, che ho cercato di combattere vaporizzando le piante con qualche goccia di soluzione alcolica di propoli, diluita in acqua. Gli insetti sono diminuiti, ma non del tutto.

Un altro acquisto primaverile sono state delle piantine di fragole, tenute a mezz’ombra, nel tentativo di ricreare l’atmosfera del sottobosco, ma senza che si degnassero di produrre il benchè minimo frutto. Una volta messe al sole diretto, si sono prodigate in liane lunghissime ad abbellire la ringhiera del balcone, per poi regalarmi, ad estate ormai finita, un pugno di fragoline deformi, ma saporitissime.

Dei pomodori invece ho fatto e sto facendo tuttora vari raccolti. Le uniche piante che hanno veramente prodotto qualcosa.

Com’era prevedibile, la mia idea entusiastica di autarchia totale è stata una mera illusione, nella quale ho creduto fino all’ultimo, fino al giorno in cui mestamente, ho sradicato le ultime piante di zucchine ormai quasi secche, che però qualche fiore ancora secondo me l’avrebbero fatto. Forse non sono riuscita a trasmettere loro abbastanza dell’amore che ci ho messo ogni giorno nel cercare di annaffiarle con costanza (quasi) tutte le sere. Sicuramente mi dovrò fare più esperienza, magari in un orto vero, quello dove si zappa e si ara. Fatto sta che l’esperimento non mi ha sfamata, ma mi ha divertita e talvolta rilassata, la sera al tramonto, a spulciare con la giusta flemma le mie amate e capricciose creature verdi, dopo una frenetica giornata al lavoro. L’autarchia c’è comunque in qualche modo stata: gli orti compulsivi e i frutteti ultra produttivi degli altri, hanno fatto in modo che, quasi quotidianamente, mi arrivassero una cassetta di fichi, una bacinella di pomodori, un mazzo di cipolle, con tanto di lamentele dei proprietari che non sapevano più come gestire tali surplus alimentari. Gli stessi surplus che mi hanno impedito di andare al mercato ad acquistare frutta e verdura per quasi tre mesi. A questo proposito penso che sarebbe carino mettere in rete il proprio albero di nocciole, o cachi o melograni, ma più in generale di frutta o verdura che rischia di non essere raccolta per eccessiva produttività, o perchè è una bella pianta da tenere in giardino, ma i frutti non piacciono a nessuno della famiglia. Sappiate che io invece li mangerò.

Il lavoro comunque non è finito. C’è da preparare l’orto per l’autunno e poi l’inverno. Ci sono i semi di nuove piante da iniziare a seminare. Alcune le metterò dentro. In effetti non ho la minima idea di come procedere a questo punto, ma vi terrò informati sul mio piccolo appezzamento di terra volante. Ortolani fatevi avanti con i vostri consigli, saranno ben accetti.

Ah, a proposito, delle piante grasse non ne voglio parlare. Per me sono alieni e basta.

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Autarchia/Utopia?

Carissimi,

è arrivata l’estate, che significa per qualcuno vacanze, per altri solo lavorare col caldo, per altri ancora significa confrontarsi con la produttività dell’orto, che come si sa, in questo periodo esplode in tutta la sua generosità.

Oggi ho fatto la conserva con le prime due cassette stracolme di pomodori: non so bene quantificarne il peso,  ma credo fossero intorno ai 15 kg l’una.
Ho lavorato dalle 11 di mattina alle 9 di sera – certo, non in maniera continuativa, ci sono tempi morti obbligati in questa trasformazione, come quello della bollitura dei pomodori, il tempo di scolo dall’acqua e di nuovo il tempo di bollitura delle bottiglie una volta riempite. Il risultato sono state circa una decina di bottiglie di conserva, di varie dimensioni… diciamo quindi meno di una decina di litri di prodotto.

La mia domanda di stasera è: ne è valsa la pena? Onestamente non lo so. Se le avessi dovute vendere e avessi chiesto, come certe biocooperative, 2€ al litro, ne avrei ricavato a malapena 20€. Certo, non lo si fa per il denaro, ma per la genuinità dei prodotti e via dicendo. Certo. Dall’altro lato mi dico: c’è già chi lo fa di mestiere, al posto mio, di fare dei prodotti genuini e biologici. E che di sicuro gode di un’economia di scala maggiore della mia.
Quanto mi sarebbe costato comprarli da loro? Avrei avuto comunque prodotti di qualità e mi sarei anche resa conto che li avrei pagati – piu’ o meno – il giusto prezzo.
E qualcuno contesterebbe: vuoi mettere la soddisfazione? Bah. Non mi pare un buon motivo.

Ho passato un’estate a fare marmellate, ed ora le conserve. Ma che valore effettivo do a questi prodotti? Voglio dire: mi approccio a loro con spirito “autarchico” – ovvero, cercando di utilizzarli il piu’ possibile, di strutturare menù e pasti intorno ai prodotti messi via durante l’estate, preferendoli ad altri più sfiziosi e più a buon mercato nei normali supermarket, ma meno genuini – oppure con un fare più radicalchic? Il fare di chi si sbatte per giornate a metter via melanzane, pomodori, pesto e fiori di malva, ma che si rende conto che poi, questo lavoro per tirarsi fuori dal mercato, ha un impatto molto limitato sulla propria economia, perchè si cade con molta nonchalance nel continuo acquisto di alimentari di cui si potrebbe fare a meno, solo per soddisfare un voglino, un desiderio generato magari da una frustrazione… e anche qualora non si tratti di questo, il confronto coi prezzi del mercato – anche quello bio – non regge la quantificazione dello sbattimento.

Di sicuro un briciolo di autarchia fa bene a tutti,  ci fa capire il valore delle cose, quanto tempo di voglia per far maturare uno zucchino, quanti insetti vogliano mangiarsi la tua melanzana, quanto sia difficile la scelta del biologico, soprattutto se intorno a te tutti usano insetticidi e il tuo piccolo oritcello è visto come un’oasi di cibo da afidi e cimici…
Ma al di là di questo, qual è il senso delle nostre autarchie, piccole o grandi che siano? Un vezzo o l’inizio di un cammino di indipendenza che, per essere davvero tale, non può fare a meno di ampliarsi ancora e ancora? O magari una terza risposta, che al momento non mi sovviene…

 

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Si sono svolte (come anticipavo qui) le Giornate Europee contro lo Spreco.
Nell’evento italiano (e in particolare bolognese) è stato illustrato anche il “Libro Nero sullo spreco agroalimentare in Italia“, scritto e curato da Andrea Segrè e Luca Falasconi, rispettivamente preside e ricercatore della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna ed inventori del Last Minute Market.
I dati, come era facile prevedere, sono impressionanti. Cerco di sintetizzarveli.

7.775.586 sono le tonnellate di frutta e verdura che vengono buttate in un anno solo in Italia. Una quantità che sfamerebbe una nazione grande come la Spagna o la stessa Italia e che invece alimenta solo i cassonetti dei rifiuti, prima, e gli inceneritori che anneriscono i nostri polmoni, poi.
Parte di questi prodotti rimane nei campi, perché non è conveniente raccoglierla. Parte viene scartata dall’industria, perché se una pera è grande solo dieci centimetri o una patata ha l’insopportabile peso di un chilo e mezzo non sono adatte al mercato.
Un’altra parte viene sprecata dal supermercato, perché magari nel tragitto la confezione del prodotto si è un po’ ammaccata o perché mancano pochi giorni alla scadenza ufficiale, o ancora perché la buccia di quel frutto ha delle macchioline dovute alla grandine.
Poi ci siamo noi consumatori. E’ stato calcolato che sono poco più di 500 euro di spesa all’anno che ogni famiglia butta nel cestino dei rifiuti.

In termini percentuali è possibile fare una hit parade dei prodotti più sprecati.
Al settimo posto troviamo i surgelati, di cui un 2% viene buttato.
Al sesto posto lo scatolame, di cui viene sprecato il 3%.
In quinta posizione la cosiddetta quarta gamma, ovvero insalate e verdure imbustate: il 6% va inesorabilmente in malora.
Il 10% degli affettati finisce nel cassonetto. E questo era il quarto posto.
Al terzo troviamo frutta e verdura sfuse, di cui si spreca il 17%.
Il secondo posto è occupato dal pane al 20%.
In cima alla classifica troviamo i prodotti freschi come latte, uova, carne, mozzarelle, yogurt. Il 40% di questi prodotti non finirà mai nel nostro intestino.

Ora un po’ di dati positivi.
La sola Coop Adriatica, nel 2009, grazie al Last Minute Market, ha sfamato 4000 persone.
E’ stato calcolato che con i soli 52 progetti attivati dal Last Minute Market si possono sfamare più di 30.000 persone.

Nel corso dell’iniziativa bolognese, inoltre, è stato offerto un pranzo realizzato solo con i prodotti di scarto. Qualche redattore di questo blog ha partecipato e potrebbe dirci com’era.

Per ascoltare l’intervista che ho realizzato a Luca Falasconi, curatore del libro nero, andate qui.

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Ode al melograno

Qualcuno li chiama “frutti dimenticati”, quei frutti e quelle verdure che difficilmente si trovano nelle grandi catene di distribuzione, che spesso sono estremamente local, e quindi poco vendibili sul mercato nazionale o internazionale. Oppure non sono propriamente commerciabili per una serie di motivi quale il sapore “non omologato”, la selvaticità e quindi la difficoltà nella coltivazione, la rendita bassa del prodotto.

Questi frutti si trovano solo passeggiando per mercatini o rubandoli dalla pianta del vicino. Spesso maturano in autunno.

Molti frutti che avevo sentito nominare solo nelle fiabe o nei proverbi, infatti, li ho scoperti in autunno: la consistenza vischiosa e dolce del corbezzolo, l’aspra e croccante mela Rosa Romana, la giocosa mela Sunaja, le giuggiole e le nespole.

Melograni e cachi, sono frutti un poco più conosciuti, ma altrettanto dimenticati, se non altro sugli alberi delle strade di campagna, sempre carichi fino a piegarsi, di sfere gonfie di polpa e semi color amaranto.

Di ritorno da un viaggio in medioriente, mi sono accorta che il melograno, qui da noi, è un frutto decisamente sottovalutato.

Oltre ad essere incredibilmente elegante, con quella buccia dall’effetto anticato e i semi incastonati come pietre di corniola, tanto che a sbucciarlo pare di aprire uno scrigno; la polpa dura e lucida ha il sapore aspro e dolce e stridulo allo stesso tempo dell’estate appena finita, con un retrogusto dell’inverno in arrivo. Un autunno a tutto tondo.

Nell’ingegnarmi su qualche ricetta in cui il melograno la potesse fare da padrone, mi sono fatta una spremuta frullando i chicchi. Dopo una faticosa opera di sbucciamento e tanti schizzi dopo, il risultato è stato un bicchierone abbondante di una densa bevanda da masticare. Legnosa e multivitaminica per le giornate uggiose.

Qualche giorno dopo, sempre con la fissa del melograno stampata in fronte, ho improvvisato un taboulè sfiziosissimo e low cost.

In pratica:

si fa soffriggere in padella olio-aglio-porro (o una cipolla) con della verza che magari vi è avanzata o che si è un po’ appassita, tagliata a striscioline. A parte cuocete una manciata di burghul in acqua salata.

Si unisce il burghul e si cosparge di chicchi di melograno a piacere.

Il risultato è un’ insalatina agrodolce molto mediorientale!

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