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Archive for the ‘Specchio’ Category

In inverno per gli uccelli diventa molto difficile procacciarsi il cibo, soprattutto quando l’accesso al terreno, dove becchettano alla ricerca di semi o insetti, è reso impossibile dalle straordinarie nevicate di questi giorni.

Da qualche tempo avevo iniziato a lasciare sopra i due davanzali della cucina le briciole di pane cadute dal tagliere. I primi tempi quelle minuscole scagliette  restavano lì, nessun uccellino sembrava essere interessato a questa improvvisa manna dal cielo. Pazientavo. Avevo letto da qualche parte che bisognava aspettare un po’ perchè questo “dono” venisse scoperto, ma una volta che le cinciallegre e i fringuelli si fossero posati sui vostri davanzali,  balconi, o giardini, se ne sarebbero ricordati. E così è stato: da un paio di settimane è un continuo via vai di uccellini colorati, che ad orari quasti fissi (metà mattinata e primo pomeriggio) vengono a banchettare sui nostri davanzali.

Mentre lavoro al computer sul tavolo della cucina, è un piacere vederli svolazzare davanti ai vetri, posarsi e rifornirsi di cibo con gesti veloci e scattanti. Da alcuni giorni le cinciallegre cantano quando vengono a trovarci, così, se sono assorta nella lettura di un libro, al sentire quel cinguettio alzo la testa ed eccolo lì, il piccolo volatile dal petto giallo, la testa nera e le guance bianche, che si ferma giusto il tempo di raccogliere qualche briciola o seme, dà una veloce sbirciatina dentro la casa (o almeno così mi sembra) e vola via.
[Nella foto potete ammirare il fringuello che curiosa in casa]

Oggi mia sorella, che ama e studia gli animali, mi ha fatto sapere che  per questi nuovi frequentatori di Casa Bondanello le briciole di pane bianco sono sconsigliate, perchè possono abbassare le loro difese immunitarie. Cibo ottimale sono invece arachidi non salate, semi di girasole e semi vari, panico, margarina e altri grassi, muslei integrale e con semi, uvetta, fichi secchi.

Il cibo va lasciato in luoghi non accessibili a cani e gatti, quindi su davanzali alti, balconi, oppure si può appendere  direttamente ai rami degli alberi mediante idee molto semplici, come quella dei fili di arachidi, che potete trovare qui.

Sappiate però che questi accorgimenti vanno utilizzati esclusivamente nel periodo invernale, perchè in primavera ed estate gli adulti devono insegnare ai piccoli a procurarsi il cibo da soli e il nostro aiuto potrebbe compromettere l’indipendenza futura delle nidiate.

In questi giorni freddi, se avrete voglia di aiutarli, forse vi appassionerete a loro come sta succedendo a me, che durante le nevicate più intense, attraverso il vetro, nel caldo della mia cucina, li osservavo andare e venire alla ricerca di cibo. La forza e l’ostinazione di questi piccoli esserini mi ha colpita molto. Eh sì, so che da che il mondo è mondo gli uccelli combattono per la sopravvivenza durante le stagioni invernali, non vi sto raccontando nulla di nuovo o sensazionale, ma come accade un po’ per tutte le cose, anche quelle più semplici possono apparirci grandi rivelazioni, se ci coinvolgono in prima persona.

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Oggi in provincia di Modena nevica. Tantissimo.
Posso dichiarare di essere una privilegiata: questa mattina vista la strada ricoperta da una coltre di neve, ho pensato che fosse troppo complicato prendere la macchina e raggiungere la stazione e aspettare un treno che chissà se sarebbe arrivato, per andare a lavorare. Ecco ho pensato che non valesse la pena rischiare slittamenti di gomme e scivoloni sul sale dato male, solo per andare a lavorare. Non che non ci abbia provato, mi sono anche svegliata molto presto. Forse sono una fannullona demotivata, forse avevo solo una gran voglia di godermi tutta ‘sta neve. E così mi ritrovo in questo downshifting un po’ forzato, un po’ voluto. Perchè a volte è un diritto sacrosanto prendersela con calma.

“Downshift” è un verbo molto bello che usano gli anglosassoni, difficile da tradurre in modo letterale in italiano. Il downshift è un vero e proprio stile di vita, che implica il fatto di rinunciare a tutta una serie di vicissitudini e, se vogliamo, anche soddisfazioni lavorative, ma che sono anche fonte di stress, per recuperare tempo per i propri interessi e il proprio benessere. Per farvi un esempio qui trovate il decalogo base di un aspirante downshifter. Nella pratica consiste nel rimetterci dal punto di vista economico e guadagnarci in relazioni e salute. Semplice da spiegare e da capire, difficile da applicare, perchè oramai siamo diventate delle bestie da soma telecomandate, e spesso ci definiamo in base a quanto possediamo, e quello che ci fa stare bene ce lo scordiamo. Ecco io oggi mi dichiaro una downshifter, chè almeno 8 punti su 10 del decalogo li ho soddisfatti.

Questa mattina, dopo il tentativo fallito di arrivare a Castelfranco, mi sono fermata infreddolita sulla soglia di casa, come per entrare. In verità alla vista di tutto quel biancore, ho pensato che sarebbe stato più saggio infilarsi i moon boot (adoro indossare quelle babbucce informi di gommapiuma) e godersi il piacere di una bella passeggiata mattutina.
Leggera e spensierata mi sono incamminata per la mia via, direzione campagna, con l’intento anche di andare a salutare il contadino che settimanalmente mi rifornisce di verdura bio

E mentre camminavo ho fatto un sacco di riflessioni.

Che gli avvenimenti straordinari, tipo una nevicata abbondante, costringono tutti a rallentare il ritmo, a rivedere i propri programmi, a cancellare gli impegni, a prendersela un po’ più easy, a concentrarsi sulle cose che più piacciono, almeno per un giorno. Secondo me è utile sfruttare questi momenti, per ridefinire i proprio obiettivi, e cosa è importante veramente:

che la gente stamattina era sorridente e salutava: ecco mentre zompettavo amabilmente tra la neve fresca, tutta la gente fuori a spalare la neve, a disseppellire la macchina, al mio passaggio, allargava la bocca, mostrando i denti bianchi in un piacevole sorriso pieno di complicità e, con un cenno, salutava. Sicuramente tanti di loro erano downshifter occasionali;

che voglio vivere in campagna/montagna tutta la vita: stamattina sono stata il primo essere umano a mettere piede nella campagna più prossima al paese dopo la nevicata. La neve in faccia a paralizzare gli zigomi in un’espressione ebete, il bianco accecante, mi hanno fatto camminare ad occhi chiusi per un po’, concentrandomi sui miei passi e sul silenzio attorno. Nei cespugli circostanti, fagiani che vi avevano trovato rifugio, al mio passaggio se ne volavano via spaventati con un frastuono di ali e cinguettii,  e, a parte loro, tutt’ intorno la terra e il cielo a confondersi in un orizzonte bianco e grave, ancora carico di neve. Un’atmosfera chiara e densa allo stesso tempo che rendeva ovattati non solo i contorni delle cose, ma anche i miei pensieri e la mia percezione del mondo;

che, come ha detto il mio contadino di fiducia, la natura ha pianificato tutto: perchè nevicherà e gelerà, ma la neve proteggerà il frumento, che quando sgelerà sarà pronto per germogliare. Agronomia spicciola, ma pur sempre di grande effetto per una dilettante dell’orto come me;

che amo la neve follemente e che al più presto mi dovrò dotare di ciaspole;

che domani, mica lo so se ci torno a lavorare.

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Care tutte e cari tutti,

su suggerimento di un articolo di AAM – Terra Nuova di questo mese io e la mia consorte abbiamo deciso di sperimentare il tecnodigiuno.  Consiste nel fare a meno per un certo periodo di tempo di tutta o parte della tecnologia che aiuta (ma a volte invade) le nostre vite.
L’articolo consiglia di partire dallo spegnere la televisione, il cellulare e il computer, per poi passare a dimenticarsi dell’auto, dell’energia elettrica, del cibo confezionato fino ad arrivare ad un tecnodigiuno integrale che porta a fare a meno di tutto ciò che è stato prodotto utilizzando energia, anche se con qualche inevitabile compromesso affinché l’esperienza sia davvero realizzabile.
Quello che noi ci proponiamo di fare è un tecnodigiuno parziale: abbiamo cercato di individuare un periodo idoneo, in cui il lavoro ci permetterà una pausa – che per noi coinciderà  con le due settimane a cavallo tra il 2011 e il 2012 – e tenteremo di fare a meno di cellulare e computer (la tv l’abbiamo messa via da tempo).

L’idea ci solletica molto, e già ci stiamo chiedendo chissà quanti libri leggeremo o quante passeggiate con Yuma faremo, o chissà quanti cibi cucineremo… insomma: ci vengono in mente moltissimi modi entusiasmanti per utilizzare questo tempo “liberato”.

Se qualcuno di voi vuole unirsi in toto o in parte al digiuno, sarà bello scambiarci impressioni, riflessioni e magari alla luce dell’esperienza vissuta programmare un bel digiuno integrale e condiviso per la prossima estate.

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C’è crisi dappertutto” cantava Bugo e lo faceva già prima che scoppiasse ciò in cui siamo ancora impantanati. Poi la crisi del sistema finanziario è scoppiata e non ha sfaldato pezzi di quel sistema bancario e speculativo che l’hanno generata, ma ha trascinato con sè i destini di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che hanno perso il posto. Gli interventi e la liquidità messi a disposizione dai Governi hanno salvato i primi, non certo i secondi.

La lezione, quindi, non è servita e, puntualmente, è arrivata la seconda ondata del maremoto. Borse che crollano, Stati che rischiano il default, misure e manovre economiche che ripresentano le stesse ricette che vanno nella stessa direzione: cercare di salvare la barca che affonda. Il sistema che cerca di salvare se stesso.
Chi si oppone alle misure che bastonano i ceti meno abbienti, del resto, non riesce ad uscire dallo schema, dal paradigma imposto da questo modello produttivo e di sviluppo. Le rivendicazioni della sinistra, ad esempio, non immaginano una revisione radicale del sistema, un altro paradigma, ma si propongono una versione più equa (se mai fosse possibile) del consumismo o sfociano nel sogno di vedere la “classe operaia” al potere. Parlare di riduzione dei salari o del potere di acquisto agli esponenti della sinistra “vera” susciterà reazioni furibonde. Troverà invece l’accordo della “sinistra” moderata, ma nell’ottica del sistema attuale, non di certo della decrescita.

Non è però forse nemmeno giusto sperare che sia la politica in senso stretto ad offrire la soluzione, sia perché oggi è la finanza a dettare la linea alla politica, e non viceversa, e sia perché nemmeno in passato la politica si è rivelata capace di rappresentare le istanze più avanzate.
Se si accantona l’idea di agire attraverso la politica, non si può però sperare di ottenere grandi soddisfazioni nel breve periodo dalla società civile. Essa appare permeata dalle logiche che stanno alla base del sistema economico vigente, anche quando gli individui non vedono concretizzarsi lungo tutta l’esistenza i miraggi e le promesse del benessere che viene venduto loro.
Del resto, un qualsiasi sistema, per rimanere in piedi, ha bisogno di una cospicua dose di consenso e non ci si può stupire se ciò avviene. Superata (almeno in una parte del mondo) la fase storica in cui il consenso si otteneva con la forza e la violenza, oggi esso viene conquistato in modo più subdolo ma ugualmente (per certi aspetti) coercitivo.

Finché le persone non si convinceranno che è più bello guardare un tramonto che un reality show, finché non capiranno che è più salubre mangiare meno e cibo locale e biologico, finché la massima aspirazione sarà avere l’ultimo modello di cellulare o di automobile e ci sentirà pezzenti ad avere vestiti autoprodotti o mobili autocostruiti, finché si continuerà a ritenere più comodo delegare ad altri la soluzione di tutti i piccoli problemi, continuando a perdere la capacità di fare le cose, un’alternativa concreta non vedrà mai la luce.

Allora che fare? Farsi vincere dallo sconforto e dalla frustrazione e alzare bandiera bianca? Rinunciare e omologarsi per l’impossibilità di incidere su larga scala? Non credo.
L’uomo è diventato così pigro e presuntuoso, che se non riesce a cambiare il maggior numero di cose con il minor sforzo non muove nemmeno più un dito. E usa questo come un alibi per la propria coscienza e la propria incoerenza.
Se continua, questa crisi peggiorerà drasticamente le condizioni di vita di molte persone. Quando si deve fare di necessità virtù ci si inizia ad interrogare sui propri stili di vita e si stila una lista di priorità.
La nostra funzione comincia proprio qui.
Se infatti i nostri stili di vita, il nostro percorso, la nostra ricerca rappresenteranno una risposta, un modello nuovo da cui trarre ispirazione, probabilmente verremo seguiti per emulazione.
Qualsiasi forma di persuasione – a meno che non si sfoci del plagio – deve comunque fare i conti con la volontà dell’individuo che ci si propone di persuadere. Credo che la cosa più libertaria e giusta che si possa fare sia rappresentare un modello a cui tendere.
Abbandoniamo dunque lo spirito missionario ed evangelizzatore di derivazione cattolica e iniziamo a rappresentare, con i nostri limiti e i nostri sforzi quotidiani, la risposta concreta per il cambiamento.

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Scrivo questo post per condividere con voi i miei pensieri e per chiedervi un parere.
Ques’estate sono andata in vacanza in Cile. Andavo a trovare Patricia, un’amica, ad Antofagasta, nel Norte Grande e da lì, dal Desierto de Atacama, il deserto più arido del mondo, ci saremmo spostate verso sud, fino alla piovosa isola di Chiloè, ai confini con la Patagonia. Saremmo state per lo più ospiti da suoi parenti e amici: a La serena, a Santiago e a Puerto Montt. Da questi punti sarebbero partite le nostre escursioni, cercando di limitare il più possibile i pernottamenti in ostelli e campeggi, chiaramente per risparmiare.
Prima di partire mi ero interrogata circa l’opportunità o meno di presentarmi ai parenti quale amica straniera vegetariana. Se per un verso l’idea di mangiare della carne mi disgustava, dall’altra parte non volevo offendere i miei ospiti nè tanto meno fare la figura della snob europea. Perchè, diciamocelo, essere vegetariani è una scelta da primo mondo, operata da chi ha cibo in abbondanza e può permettersi di scegliere. É una scelta che, a mio avviso, fa chi certi diritti li ha già conquistati e, sebbene in Italia alcuni diritti che sembravano scontati anni fa vengano ora rimessi in discussione, non possiamo negare una condizione sociale migliore di quella della maggior parte dei paesi del mondo.
Vegetarini in Cile non ce ne sono e la stessa guida Lonely Planet consiglia di oddurre come scusa a questa dieta alimentare un’allergia alla carne.
Il mio dilemma si divideva in due: i pasti in casa di parenti e amici e i pasti fuori casa. In questo secondo caso non mi sarei messa nessuno scrupolo a mentire sulle mie allergie alimentari, ma i problemi erano altri. Innanzitutto in Cile, come in molti paesi dell’America Latina, è difficilissimo trovare in bar e ristoranti pietanze vegetariane, a parte nelle località molto turistiche o nelle grandi città. I pochi ristoranti vegetariani sono però locali esclusivamente pensati e frequentati da stranieri, lontani quindi dal mio concetto di viaggiare e di conoscere un paese, una cultura, un modo di vivere. Nei puestos per la strada, l’alternativa cilena al fast food e quanto di più autentico ci possa essere, l’unico alimento vegetariano è l’empanada con queso, una specie di calzone al formaggio, che alla fine del viaggio mi è arrivata a nausea.
Prima di partire pensavo quindi che, quando avremmo mangiato fuori casa, avrei cercato di evitare il più possibile la carne, senza cercare locali appositamente vegetariani (nella maggior parte dei posti non li avrei neppure trovati) e senza rovinarmi lo stomaco e l’appetito per voler a tutti i costi evitare la carne.
In quanto ai pasti in casa di parenti e amici, ho preferito mangiare quanto mi veniva offerto, rendendo onore allo sforzo che avevano fatto per prepararmele. La proverbiale ospitalità cilena li portava il più delle volte a cucinare pietanze prelibate e care, che non appartenevano alla loro dieta quotidiana e davanti alle quali, pensando allo sforzo che avevano fatto per comprarne gli ingredienti, sarebbe risultato fuori luogo rifiutarsi di mangiarle per via di un incomprensibile vegetarianesimo.
Non so se la scelta che ho fatto è stata la migliore. Forse avrei potuto, con molto tatto, cercare di parlare loro del tema e cercare di sensibilizzarli. Se ci fossi riuscita avrei soltanto fatto loro del bene, considerato che la carne è più cara delle verdure e dei legumi e che molti cileni sono in sovrappeso a causa di una dieta squilibrata (ma in questo caso il discorso sarebbe molto più ampio). Soltanto con due ragazze ho parlato del tema: una cugina di Patricia e la sua compagna. Mi hanno ascoltato con attenzione e hanno riconosciuto che la loro alimentazione era scorretta. Ciò che mi ha più colpita della nostra chiacchierata è stato quando una delle due ha detto che per lei non mangiare carne equivale ad ammettere di essere poveri. Per questo ad ogni pasto è presente la carne in una qualche forma: per convincere gli altri e soprattutto se stessi che non si è poveri. In Europa non abbiamo questo tipo di complesso e, forse anche per questo, possiamo “permetterci” di essere vegetariani.

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Io non mi occupo di sostenibilità ed ecologia, ma posso dire qualcosa su come funzionano i comportamenti umani, questo perchè mi occupo di vendite e la vendita è l’arte di far vivere bene un cambiamento. In psicologia si parla molto di ecologia, ma con un’accezione un po diversa, forse più fedele al significato del termine, si parla degli effetti ecologici di un cambiamento psicologico.
Ok prto con l’esempio altrimenti non riesco a spiegarmi: diciamo che io ho la bislacca idea che dire di no alle persone sia sempre un male, di conseguenza mi circonderò di persone che si approfittano di me, coscienti o meno. La mia vità sarà piena di cose da fare per gli altri, anche piena di fallimenti perchè spesso se non sai dire no agli altri ti incasini in promesse che finisci per non rispettare. Le persone che nel tempo mi rimarranno di fianco sono quelle che valutano poco i risultati e molto le intenzioni, ma anche persone che pensano che gratis sia meglio di qualsiasi altra caratteristica (questo passaggio è più complesso ma se ci pensate un attimo vedrete che fila).
Ricapitolando: la mia vita è impegnata, ho persone intorno che in un modo o nell’altro mi danno attenzioni e non badano ai miei fallimenti.
Immaginiamo però che io decida di rivolgermi ad una persona per imparare a dire di no, e questa persona in realtà è un genietto della lampada senza etica deontologica e senza la più pallida idea di cosa sia l’ecologia del cambiamento. Vado da lui e in uno schiocco di dita ho imparato a dire no in maniera sana e coscienziosa, ovvero dico sì quando posso portare a termine ciò che mi viene richiesto e compatibilmente alle mie esigenze e ai miei equilibri di tempo e voglia.
Torno a casa ed ad un tratto mi rendo conto che la mia agenda è troppo piena per il tempo che ho a disposizione, inoltre molte delle cose che mi sono impegnato a fare non sono alla mia portata o almeno dovrebbero essere retribuite per giustificare l’impegno. Chiamo le persone con le quali ho questi impegni e mi scuso dicendo che non posso fare ciò che mi ero impegnato a fare, dall’altro capo infuriano persone che non sono abituate a questo schema di pensiero e prendono personalmente il rifiuto che stanno ricevendo. In poche telefonate perdo quelle persone che mi giravano intorno e mi davano attenzioni, per i motivi sbagliati ma sempre attenzioni. Però ora ho tempo libero da dedicare a me, il problema è che non cel’ho mai avuto il tempo libero, cosi impegnato quale ero a rincorrere gli impegni presi, non ho quindi l’abilità di godere il mio tempo libero, finisco così a sprecare il mio tempo libero difronte ad un reality show odiando il genietto che mi ha guarito dalla patologia del non saper dir di no.
L’ecologia del cambiamento include tutti questi fattori esterni all’interno del processo di automiglioramento personale, perchè migliorare va bene ma noi siamo immersi in un ambiente sociale che deve essere in grado di abituarsi al nostro cambiamento in maniera graduale.
Il fatto è che se vogliamo far nostri tutti i comportamenti virtuosi che farebbero questo mondo un mondo migliore dobbiamo accettare di dover andare incontro a persone che se la prenderanno per il fatto che stiamo cambiando, incontreremo situazioni alle quali non siamo pronti e che ci metteranno in difficoltà.
Le domande che dovremmo porci tutte le volte che decidiamo di cambiare un comportamento o anche solo un’idea del mondo è questa: in che modo abituerò la mia sociosfera a questo cambiamento? quanto tempo do loro per abituarsi? per quanto tempo dovrò mantenere un comportamento ibrido prima di passare al nuovo comportamento?
Molto spesso gli “ecologisti” non conoscono l’ecologia del cambiamento ed è per questo che vengono additati come talebani dell’ecologia, perchè il giorno che accetti che la tua famiglia non finisce sul portone di casa ma si estende a tutta l’umanità ecco che la tua prospettiva su un sacco di cose cambia, come se un genietto avesse schioccato le dita per magia. La tua prospettiva è cambiata ma i tuoi amici non lo sanno e non lo vogliono nemmeno sapere.
Buonaecologia
Buoncambiamento
Fede

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Post new age: breatharianismo

Ultimamente sto molto riflettendo sul corpo e sulla salute, e su quanto l’origine dei nostri malesseri o delle nostre malattie sia o meno mentale. In questi giorni, scopro con orrore che ansia e attacchi di panico sono molto più diffusi di quanto pensassi, e che una buona fetta delle persone a me care e vicine hanno avuto la sfortuna di provarle a livelli molto poco piacevoli. Mentre attendo che prima o poi queste crisi si manifestino anche su di me, mi viene da pensare a quanta consapevolezza ho effettivamente di me stessa e del mio corpo. In questi giorni mi sono ammalata come non mi succedeva almeno da un decennio: una febbre prolungata e costante per tre giorni, un intasamento indescrivibile che ancora devo finire di smaltire. Quanto questo ha a che fare con le mie insoddisfazioni professionali e personali? Me lo chiedo. Sono convinta che il nostro corpo ci dia continuamente dei segnali, ma non sempre siamo in grado di coglierli, o non abbiamo gli strumenti, sempre più alienati da noi stessi, sempre meno centrati su di noi. Sono convinta anche, che in un qualche modo il nostro corpo abbia gli strumenti per autocurarsi, basta pensare alle autosuggestioni dell’effetto placebo, ne sono un esempio estremo i riti sciamanici descritti da Jodorowsky in “Psicomagia”. Nonostante il mio scetticismo occidentale e il mio rifiuto totale nei confronti di qualsiasi religione mi impediscano di credere ciecamente a tutta una serie di pratiche, in questi giorni mi sento incredibilmente attratta dalle discipline orientali e da stili di vita estremi.

Ripensando a discorsi illuminanti con un caro amico molto più spirituale di me, mi sono lanciata in una ricerca febbrile sul web di queste fantomatiche persone che si nutrono solo di luce e di energia. Ho scoperto che si chiamano breathariani o solariani ed ho trovato questa intervista che vi posto. Pare che queste persone, attraverso un percorso spirituale e di consapevolezza molto complesso, arrivino ad eliminare il bisogno fisiologico di nutrirsi, riprogrammando i propri organi interni per quello che effettivamente, secondo loro, sono: contenitori di emozioni e sensazioni. Il loro nutrimento è interamente di tipo energetico (prana) e solare.

Oltre a superare (e smerdare) tutte le pratiche vegetariane e vegane e a rappresentare l’apoteosi della sostenibilità ambientale,e al di là del fatto che questo sia o meno possibile, mi tocca e mi affascina incredibilmente questa urgenza di liberarsi di tutta una serie di substrati ingombranti mentali e fisici, per centrarsi meglio su se stessi ed eventualmente raggiungere uno stato di felicità permanente.

Dopo questo video, diventare vegetariani (o qualsiasi altra cosa), sarà un gioco da ragazzi .

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