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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Vin brulè, torte, fiabe per bambini intorno al fuoco, biciclette di luce, zirudele cantate con la chitarra, giochi di fuoco e tamburi e per finire concerto acustico di un gruppo molto molto bravo.
Incuriositi? E allora venerdì 15 febbraio spegnete le luci, uscite di casa e venite qui!

m'illumino di meno 2013 2

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A certificare la tendenza è Immobiliare.it: in un solo anno sono aumentate del 14% le famiglie che prendono in affitto solo una parte della casa, non potendo far fronte alle spese che comporterebbe la locazione di un appartamento intero. E così, a causa della crisi, gli italiani riscoprono il cohousing, una pratica di convivenza e condivisione che, per come è stata pensata, dovrebbe costituire una scelta consapevole, ma che a causa delle difficoltà economiche per molti diventa una scelta obbligata.

È solo uno dei tanti esempi dell’Italia della crisi, che sta vivendo sulla sua pelle una decrescita “forzata”. A postulare invece, ormai diversi anni fa, la “decrescita felice“, è stato il filosofo ed economista francese Serge Latouche e il suo discepolo italiano Maurizio Pallante. “Queste pratiche sono indotte dalla crisi – afferma Pallante ai nostri microfoni – e se vengono vissute come una costrizione diventano un vincolo o un limite, ma se vengono vissute consapevolmente come forma di collaborazione e solidarietà sono dei passi in avanti rispetto ad un contesto in cui gli individui sono isolati e soggetti alle merci e al mercato”.

La crisi, dunque, rappresenta un’opportunità per rimettere in discussione i propri stili di vita. “In cinese – osserva Pallante – l’ideogramma di crisi è composto di due elementi: quello del pericolo e quello dell’opportunità. Noi siamo stati abituati a vivere in una società, dissipativa, mercificata, consumistica e isolata”. Aspetti che secondo il teorico della decrescita felice, prima delle ultime due generazioni, non hanno mai fatto parte dell’umanità, che invece ha sempre trovato delle forme di collaborazione, spesso basate sul dono. La comunità, lo scambio e l’autoproduzione, dunque, sono forme per emanciparsi dal mercato e uscire dalla crisi.

Tra le diverse pratiche per cercare di arrivare a fine mese, gli italiani riscoprono dunque la solidarietà. Oltre al cohousing, infatti, crescono la coltivazione di orti, i gruppi di acquisto solidale (gas), la condivisione di autovetture (carpooling) e forme di lavoro comunitario (coworking).
Un movimento silenzioso che, piegato dalla pressione fiscale e dall’austerity dei governi, si rimbocca le maniche e cerca di fare da sè. Il che non vuol dire rifiutare lo Stato o sottrarlo alle sue responsabilità. Alla dicotomia tra pubblico e mercato, infatti, la decrescita propone il concetto di “bene comune“, che si sta facendo strada.

“Alcuni servizi del welfare che pensavamo erogati per i cittadini, in realtà erano pensati per aumentare la produttività delle merci, come ad esempio affidare allo Stato l’educazione dei figli nei primissimi anni della loro vita”. In realtà, secondo Pallante, il servizio offerto vuole “liberare” il genitore dal tempo dedicato al figlio per dedicarlo al lavoro.
Le Istituzioni, del resto, non sembrano voler favorire cambiamenti di stili di vita, nè sul piano politico nè su quello culturale. “Il ritorno alla campagna e alle conoscenze manuali viene osteggiato dall’idea che la città sia bella perché offre la possibilità di acquistare merci e di avere tutto a portata di mano”.

Una speranza, però, c’è e secondo Pallante è rappresentata dall’aumento della consapevolezza, soprattutto dei giovani: “Nella Libera Università del Saper Fare, struttura del Movimento per la Decrescita Felice in cui si svolgono corsi per reimparare a fare le cose, partecipano soprattutto ventenni”.

Qui l’audio dell’intervista a Maurizio Pallante.

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Caro Collega,

Come te, suppongo, sono cresciuto con le immagini in bianco e nero dei film che rappresentano l’Europa meridionale che lotta per riprendersi dalla calamità degli anni più duri della guerra.

Come te, la mia mente è ancora piena di immagini di persone che lottano, le cui prove e tribolazioni hanno dato origine a ondate di migranti italiani e greci verso luoghi lontani, e a film come “Ladri di biciclette” o come un simile film greco, in cui intere sequenze comiche sono costruite sul desiderio di un uomo per un pezzo di formaggio o di dolce. Ma a un certo punto, venne il momento in cui non era più così facile ricordare la povertà e la privazione che avevano dato la loro intensità a quelle immagini e sequenze comiche. Come risultato, le nostre società, Italia e Grecia, si sono allontanate dalla tradizione culturale di De Sica, Fellini, Koundouros e Cacoyannis, e sono scese nel buco nero della volgarità “Berlusconesque”. Durante questi anni di “crescita” e consumismo, molti di noi speravano che le nostre società trovassero in se stesse la capacità di ritrovare l’equilibrio perduto; di conciliare lo stomaco pieno con la preferenza per un cinema dignitoso al posto del volgare stile di vita proposto dagli show televisivi.

Ahimè, non ce l’abbiamo fatta. Prima che un tale equilibrio venisse raggiunto (sempre che potesse essere raggiunto), il Ventinove della nostra generazione ci ha colpito. È successo nel 2008 quando, proprio come nel 1929, Wall Street è crollata, la moneta comune dell’epoca (il Gold Standard degli anni 30, l’euro degli anni 10 del 2000) ha cominciato a disfarsi, e ben presto le nostre élite hanno fallito clamorosamente nel tentativo di rispondere razionalmente alla marcia trionfale della Crisi. Solo due anni dopo la Crisi ha colpito il mio paese, la Grecia, e ci siamo trovati, ancora una volta, nelle condizioni di relazionarci con le sequenze comiche dei film degli anni 50 e 60, che ruotano intorno alla brama di un pezzo di formaggio o al sogno di un dolce.

Quando studiavo economia, da giovane, mi ricordo che avevo grandi difficoltà a capire come fu che i governi tra le due guerre, dal 1929 in poi, avessero potuto fallire così fortemente nel tentativo di arrestare quella crisi economica che ci ha poi portato, tragicamente, alla Seconda Guerra Mondiale. (altro…)

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Qualcuno ha già fatto il cambio degli armadi, qualcuno si riserva di aspettare che smetta di piovere, ma sicuramente tutti abbiamo qualcosa che non ci serve più e che potrebbe essere utile a qualcun’altr*: vestiti, sciarpe, scarpe, borse, ma anche libri, cd, piccoli elettrodomestici, utensili da cucina… e allora?

Allora vi aspettiamo con tutto ciò che avete voglia di scambiare o regalare domenica 15 aprile dalle 18 in poi presso il Centro Giovani di San Giorgio di Piano (BO) in piazza Indipendenza per la grande ASTA TOSTA, ovvero l’aperitivo col baratto incluso!

 

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Il caso ha voluto che venissi a conoscenza dell’esistenza di Devis, un giovanissimo friulano che ha trovato il coraggio di fare ciò che molti di noi si sono detti, hanno pensato di fare e continuano a sognare.
Affrontando né più né meno gli interrogativi che noi ci siamo posti circa gli stili di vita, di consumo e il modello di sviluppo, ha deciso di dare vita ad un ecovillaggio o, per meglio dire, ad un’esperienza che per ora è di eremitaggio decrescente.

La fortuna, va detto, lo ha aiutato: senza i terreni di proprietà dei genitori probabilmente anche lui si troverebbe nella nostra condizione di visionari solamente potenziali.
In ogni caso ha cominciato a coltivare la terra, raccogliere legna per riscaldarsi, allevare galline e vivere in modo sobrio.

Perché citare proprio l’esempio di Devis, con tutti quelli che ci sono in Italia? Per 3 o 4 ragioni che vi vado a spiegare.
La prima è che, leggendo il suo sito, mi è piaciuto tantissimo il suo “stile”. Devis mi è sembrato un ragazzo normalissimo, un po’ idealista come noi e molto autoironico. Non è, detta in altri termini, un invasato integralista e non mi sembra che, per portare avanti le sue idee, sia caduto nel cliché del punkabbestia sporco e puzzolente (si può essere sobri anche lavandosi i piedi…). Non mi è sembrato nemmeno un buonista catto-francescano che vuol mettere su una comunità per pregare o un purista che sale in cattedra per insegnare agli altri come si vive.
Al contrario, mi è piaciuta tantissima l’impostazione “work in progress” che ha dato al suo progetto, ammettendo per primo quali sono le contraddizioni che cerca faticosamente di superare, quali le sconfitte che ha subìto perché, diciamocelo, anche la Decrescita sconta un bel po’ di cose fattibili solo a parole. Un atteggiamento sano e soprattutto umile. Bello.

La seconda cosa che mi ha colpito è l’interrogativo che si pone sul senso di comunità. Devis vive da solo, anche se non esclude in futuro di creare un vero e proprio ecovillaggio. Potrà sembrare eretico, ma condivido che, ad un certo punto, uno senta il peso di dover continuamente motivare altre persone a trovare il coraggio di una scelta del genere e decida di andare avanti da solo. Per citare Finardi: “è normale che ci si sia rotti i coglioni di passare la vita in dibattiti e riunioni”.
Questo, però, non fa del ragazzo friulano un eremita misantropo, ma semplicemente un lupo solitario che si interroga sul senso delle relazioni. Inoltre casa sua e i suoi campi sono aperti a visite e contributi lavorativi.

La terza cosa è che ha pubblicato un libro, che presto mi procurerò (e che metterò in condivisione) in cui descrive la sua esperienza. In un’intervista che gli hanno fatto raccontava anche come non abbia trovato l’appoggio, ad esempio, dei genitori o di molti amici. Questo secondo me è un punto centrale anche per riflettere sui condizionamenti che ostacolano noi tutti nel dare seguito alle nostre idee. Spero che nel libro ne parli o conto di intervistarlo.

L’ultima cosa che ha solleticato il mio interesse è una riflessione sulle forme che possono esistere per esportare il modello proposto dalla Decrescita anche a contesti urbani (e non intendo solo l’orto sul balcone che, francamente, non porta ad alcuna autosufficienza).
Uno dei punti cruciali, a mio avviso, è che dobbiamo studiare delle forme a cui possono accedere tutti o quasi, perché il denaro o l’eredità non possono essere l’unico lasciapassare per stili di vita diversi.

Andate sul sito e cercate notizie sul progetto Pecora Nera. E, se vi va, parliamone.

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Carissim*

sabato 3 marzo dalle 18 in poi

siete tuti invitati a San Giorgio di Piano all’evento

“Spegni la luce, accendi la piazza”

una festa con musica dal vivo, giocoleria infuocata, vin brulè e fiabe intorno al fuoco per ricordarci in maniera festosa quanto faccia bene al pianeta spegnere ogni tanto la luce.

 Vi aspettiamo numeros* e vi preghiamo di diffondere la notizia!

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In perfetta sintonia con il post precedente, osservando anche io i volatili che disperati si aggirano per le campagne o si riuniscono sugli alberi di fronte a casa, ferocemente cigolanti alla ricerca di cibo, ieri ho preparato dei piccoli ristori, da seminare in giro per i davanzali ed il balcone, nella speranza che gli uccellini della zona se ne servano. E’ vero infatti, che serve un po’ di tempo prima che le creaturine prendano confidenza con un posto e lo riconoscano come sicuro e affidabile.

Ecco qui la mia ricetta:
prendete dei frutti, anche marciulenti, che avete in casa (a me capita spesso di scordarmi di una mela o un mandarino che stanno andando a male), e tagliateli a metà, ponendoli su un vassoio. Trapassateli con degli stuzzicadenti più o meno lunghi, serviranno come base di appoggio per gli uccellini e per appendere il frutto.

Poi preparate un composto fatto di:
– semi di vario tipo (io avevo a disposizione sesamo, psillio, semi di girasole, semi di lino)
– un po’ di farina di mais
– bucce tritate di formaggio
– frutta disidratata (uvetta, mela, albicocca)
– burro o margarina o olio di semi
– miele o malto
Mescolate il tutto con le mani in modo che venga un composto bello appiccicoso. Cospargete di miele o di malto abbondanti la superficie del frutto e successivamente prendete piccole dosi del composto, attaccandolo sul frutto.
Prendete dello spago e annodatelo alle estremità degli stuzzicadenti, in modo che i piccoli ristori si possano appendere.

Nascondetevi bene dietro la finestra e aspettate che un passerotto o una cinciallegra facciano capolino alla ricerca di semi.

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